Sentivo tanto il bisogno di camminare. Camminare solo.
E’ un semplice gesto che mi aiuta a riprendere contatto con il mondo, a ritrovare fiducia verso gli altri e in me stesso, a riattivare tutti i sensi e con essi la curiosità, il desiderio di cercare, di scoprire, di tornare a casa.
VALVOLA DI SFOGO
Le ultime settimane di giugno sono state intense non solo per quanto la professione è solita offrirci e su cui ormai abbiamo fatto il callo quanto piuttosto per quello che ruota attorno alla gestione e continua evoluzione di un piccolo studio come il nostro che comunque coinvolge quotidianamente una dozzina di persone. Si è trattato, tra l’altro, dell’umanamente faticosissima risoluzione di un rapporto di lavoro che andava avanti da diversi anni e che si è concluso nel peggiore dei modi possibili, ossia per vie legali e dell’impegno ad acquistare un nuovo spazio per il nostro ufficio di Chieri su cui nutro grandi ambizioni e forti aspettative e al contempo dubbi e preoccupazioni di pari entità.
A questo si aggiunge la necessità di ripensare e riorganizzare completamente una funzione interna come quella amministrativa, spesso sottovalutata e bistrattata nella maggior parte delle aziende, ma di fondamentale importanza per il buon funzionamento di qualsiasi organizzazione economica. Chissà se riusciremo a coinvolgere e a farci dare una mano quotidianamente anche da qualche intelligenza artificiale?
L’ECONOMIA E’ PIU’ UNA SCIENZA UMANA CHE MATEMATICA
Sempre la settimana scorsa mi è capitato di fare un incontro introduttivo e conoscitivo con due aspiranti startupper di estrazione ingegneristica, ma con l’ambizione di rivolgersi al mercato dei consumatori finali con prodotti di nuova generazione che soddisfano un bisogno molto antico come quello della misurazione del tempo. La chiacchierata è stata molto interessante, ma si è trasformata in una sorta di terzo grado in cui gli ingegneri snocciolavano una domanda dopo l’altra per cercare di ridurre quanto più possibile il numero delle incognite del loro modello di business per arrivare a quel fatidico bivio in cui devi decidere se fermarti o se andare avanti. E per rispondere a quella domanda non c’è intelligenza artificiale che possa aiutarti.
Mi sono così permesso di ricordare loro che l’approccio ingegneristico in economia funziona fino a un certo punto perché più affini il modello più rischi di perdere la bussola e paralizzarti. Da qui l’intuizione del titolo dell’articolo che richiama un modo di dire con un’accezione spesso negativa, ma che in economia potrebbe essere di grande aiuto, così come nel fare impresa più “stile italiano” che non tedesco, americano o giapponese.
Proverò a spiegare quello che intendo dire raccontando di una semplice passeggiata compiuta nel fine settimana su cui ciascun lettore è chiamato a riflettere quali decisioni avrebbe preso e quali comportamenti avrebbe tenuto nei diversi contesti descritti.
Le scelte di ciascuno dipendono da una miriade di fattori tra cui le esperienze passate, le aspettative per il futuro che si maturano interpretando il presente, che a sua volta cambia a seconda di come ci sente e ci si vede in quello specifico momento, più che da come si è oggettivamente e sicuramente anche dai valori, dalle motivazioni e dagli obiettivi che ci si pone.
Non avremo la possibilità di redigere una statistica, ma sono convinto che, in un campione largo a piacere, molto difficilmente riusciremmo a trovare un numero significativo di persone che si sarebbero comportate esattamente come ho fatto io.
CASA, RIFUGIO, BIVACCO O SOLO STELLE?
Il treno arriva alla stazione di Bardonecchia Confine che è quasi l’una. Corro al supermercato per acquistare lo stretto essenziale per sopravvivere fino alla sera successiva. Ho lo zaino da 65 litri già completamente pieno, il monopattino che avevo dovuto forzatamente prendere per colmare il ritardo con cui sono uscito dall’ufficio e nell’altra mano il sacco con la spesa.
In sintesi: sono carico come un mulo.
La prossima navetta che sale a Gleise partirà alle 15 e quindi non valuto minimamente l’ipotesi di aspettare quasi due ore.
Anche se siamo a 1300 metri di quota il sole splende alto e fa decisamente caldo. Decido quindi di posizionarmi in un tratto all’ombra della strada che sale verso casa ed inizio a mostrare il pollice a tutte le auto e i camioncini che salgono.
Il posto scelto è frutto di anni di esperienze passate: si trova una decina di metri dopo una curva a 90 gradi in cui le auto, seppur in accelerazione, procedono a bassa velocità concedendo ai guidatori il tempo di valutare il potenziale passeggero e soprattutto nei pressi di un ampio slargo per poter comodamente accostare senza creare disagio a chi fosse dietro.
Dopo una serie di tentativi non andati a buon fine anche da parte di molte automobili con al massimo due passeggeri a bordo penso di apparire troppo ingombrante e così decido di provare a liberarmi dell’unica cosa sacrificabile: il monopattino. Cerco invano un posto per nasconderlo e recuperarlo l’indomani. In quella zona non trovo nulla di affidabile e così torno alla mia borsa della spesa lasciata sul ciglio della strada ed imposto un timer sull’orologio. Ho deciso che se nessuno mi carica entro 5 minuti salirò a piedi.
Passano altre vetture semivuote che mi squadrano da testa a piedi per capire quanto potessi essere pericoloso o semplicemente fastidioso, ma non riesco a conquistare la loro fiducia con un semplice sguardo da cerbiatto. Manca poco più di un minuto dei 5 che mi ero dato e sento in lontananza che sta per arrivare un’altra auto.
Mi preparo, arriva, testa alta, sguardo implorante, braccio, pollice, accosta: eh VAAAII!
E’ un furgoncino Doblò con guidatore e passeggero. Apro il baule e subito lo richiudo scoprendolo pieno di casse di frutta e pomodori. Apro lo sportello laterale per accedere ai sedili posteriori e trovo sparsi per terra diversi sacchi di carote. Sposto le carote e mentre carico la mia mercanzia mi sento dire dall’anziana signora seduta al posto del passeggero che loro vanno solo fino a Millaures. “Fantastico!” rispondo io grato ed entusiasta.
A quel punto sarò già quasi a metà strada ed
in quel momento potevo solo vedere
il bicchiere mezzo pieno.
Scopro con piacere che è la stessa signora che già in passato mi aveva dato un passaggio con una vecchia panda 4x4 e che all’epoca dopo avermi scaricato davanti al vecchio albergo Bellevue aveva fermato un'altra auto di un qualche conoscente chiedendo la cortesia che mi portasse ancora più su sino a casa. A questo giro invece è già tardi e c’è troppa verdura da scaricare. Sono io ad offrire loro una mano. Rifiutano, capisco, non insisto, ringrazio di cuore e saluto con un generoso: "Arrivederci!"
In quel punto c’è un semaforo che regola il traffico alternato della strettoia della borgata. Potrei aspettare lì e facilmente mendicare un altro passaggio alle vetture che saranno costrette ad attendere il verde per diversi minuti, ma voglio evitare il loro ed anche il mio imbarazzo e così decido di proseguire a piedi.
Superata la borgata mi dirigo verso la chiesa che, come spesso accade, si trova più in alto in un punto ancor più panoramico. Nei pressi di questa noto una tettoia adibita a ricovero per attrezzi: sono arrugginiti e in disuso da chissà quanti anni. Lascio lì, in buona compagnia, anche il mio monopattino.
La strada si fa sterrata e più ripida, ma entra nell’ombra del bosco ed io mi sento decisamente più leggero. Dopo una quarantina di minuti apro la porta di casa.
Sistemo la spesa, pranzo, doccia e mi butto sul letto con l’idea di chiudere gli occhi per qualche minuto.
Mi risveglio che manca appena una manciata di minuti alle 4 del pomeriggio. Mi rimprovero di aver dormito troppo (anche se non è vero), ma un attimo dopo ci ripenso e per una volta mi giustifico apprezzando di aver dormito tanto profondamente e di essermi ben riposato.
Il breve pisolino ha contribuito a farmi prendere la giornata con molta leggerezza e a ricordarmi di apprezzare appieno tutto quello che vorrà offrirmi.
Nei miei fantasiosi progetti c’era andare l’idea di andare a dormire al nuovo bivacco del Sommelier, ma temo che ormai sia un po’ troppo tardi, fa caldo anche a 1.700 metri, il cielo è carico di nuvoloni bianchi e la cartina evidenzia uno spostamento orizzontale ben più lungo di quanto potessi immaginare la sera prima. Mi sfiora il pensiero di aprire una sedia sdraio, un buon libro e una birra fresca ma agisco ben prima che le sirene completino il loro canto scattando una foto alla cartina.
Avevo concluso istintivamente il ragionamento che sarebbero stati i miei piedi a dirmi se fosse fattibile o meno.
Preparo lo zaino in un attimo sistemando sul fondo il sacco a pelo, un bel piumino impermeabile e un cappello di lana e pile come se fosse pieno inverno: pochi viveri e poca acqua.
Il desiderio di leggerezza continua a condizionare il mio inconscio!
E probabilmente lo stesso istinto mi porta in garage a cercare i bastoncini regolabili da sci alpinismo nella speranza di riuscire a scaricare un po’ spalle e schiena.
Parto e dopo qualche minuto mi ricordo di dirlo anche al mio orologio conta passi e a mia moglie che non risponde al telefono e quindi mi limito a scriverle un messaggino indicando la destinazione e precisando che lassù potrebbe non esserci campo.
La salita è subito decisa e mi sento lento e pesante.
Prima fontana e primo bivio:
GRAN BEA O DECOUVILLE?
Corrono parallele sul fianco della montagna e dopo 4 o 5 chilometri si ricongiungono, ma la prima è un sentierino sali e scendi che segue per buona parte un canale che portava acqua ai campi di Horres e delle Brue, mentre la seconda è una bella strada in piano che scandisce il ritmo di biker, corridori e fondisti con un bel cartello ogni 250 metri.
Senza alcuna esitazione scelgo la prima più lenta, selvatica e variegata che mi ha ben ripagato cammin facendo, impegnando cuore, occhi e cervello con tanti scorci curiosi ed originali.
Passo il bivio per la Val Fredda e mi ricongiungo con la strada militare che sale da Rochemolles: sebbene in estate l’accesso ai mezzi a motore sia a pagamento e il pomeriggio inizia a farsi tardo, mangio un po’ di polvere principalmente sollevata da decine di moto da enduro straniere che scendono borbottando verso valle.
In un punto in cui la strada torna a farsi pianeggiante inizio a ridere senza motivo. Mentre le gambe continuano a viaggiare in modalità automatica, io rido sempre più forte tanto da arrivare a barcollare e dovermi asciugare gli occhi più volte.
Passata la “ridolina” mi interrogo su cosa potesse averla scatenata e concludo che il senso di libertà possa rendere improvvisamente euforici!
Supero il lago e raggiungo una nuova fontana. Bevo in abbondanza, forzo la sete come un cammello e mi concedo una pausa mettendo anche i piedi a mollo per qualche minuto.
Proseguo verso il rifugio incontrando strada facendo oltre tante mucche al pascolo anche diversi accampamenti di motociclisti, famiglie e amici che avevano già montato le tende per la notte e acceso il fuoco per la grigliata.
L’atteggiamento festaiolo di quelle persone e un occhio all’orologio mi convincono a fermarmi per la notte al rifugio e di salire l’indomani di buon ora al colle del Sommelier.
Non mi preoccupa l’idea che il rifugio possa essere già tutto pieno perché, essendo da solo un posto a tavola e una panca per dormire non dovrebbero costituire un problema. Inizio così a pregustarmi la polenta, la birretta e la crostata con la marmellata di albicocche…
Si apre finalmente la vista sulla vallata in cui al fondo si intravvede il rifugio e senza che lo volessi sento che le gambe si muovono più veloci e rilassate.
Sebbene ci siano diverse auto parcheggiate nei dintorni del rifugio, qualche tenda e qualche persona che si muove saltellando tra le rocce del torrente la sensazione è che ci sia meno gente di quella che avevo ipotizzato. Mano a mano che mi avvicino riesco anche a mettere a fuoco meglio tanto da notare che le persiane smaltate rosso del rifugio sembrano chiuse.
Ad ogni passo successivo la supposizione trova maggiori conferme sino a quando chiedo esplicitamente ad un ragazzo che stava completando di montare la tenda a circa 500 metri dal rifugio se lo Scarfiotti fosse chiuso.
IL RIFUGIO E’ CHIUSO.
La supposizione diventa una certezza quando l'orologio segna quasi le 7 e mezza di sera.
La palina segnaletica incontrata in occasione dell’ultima deviazione indicava un tempo di 3 ore di cammino per arrivare al bivacco del Sommelier. Avendo già percorso almeno un quarto d’ora il tempo per tornare a casa in discesa e per salire al bivacco si equivalgono e probabilmente superano le ore di luce ancora disponibili pensando che calino le tenebre verso le 10 di sera. Rimane l’incognita che anche il bivacco possa essere pieno o peggio ancora chiuso.
Provo a dare un’occhiata al telefono per cercare su internet ma, come temevo, non c’è più campo.
Scrivo comunque un messaggino a Federica senza smettere di camminare:
“Rifugio chiuso proseguo su comoda strada fino al bivacco”
La strada torna a farsi relativamente ripida nonostante salga con ampi tornanti la balza rocciosa da cui rumoreggia un’ampia cascata. Braccia e bastoncini danno il loro aiuto per cercare di andare un po’ più veloci fino a quando non incontro nuovamente una palina che indica l’imbocco di un sentiero che piega verso le cascate.
Segna 2 ore e 50 minuti: qualcosa non torna, ma lo imbocco nella convinzione che il sentiero potesse essere più diretto e rapido della strada.
Sale ripido ed impervio tra rocce e azalee di montagna (piccoli rododendri in piena fioritura) per poi attraversare il ruscello che alimenta la cascata su un ponticello fatto di due tronchi malandati che mettono alla prova il mio equilibrio.
Proseguo su una cresta erbosa che però si trova completamente immersa nella nebbia di una spessa coltre di nuvole che hanno raccolto a quella quota tutta l’umidità della giornata rovente. L’erba spesso copre la traccia di un sentiero che non credo essere particolarmente frequentato e i segnavia di colore bianco e rosso rimangono l’unico modo per evitare di perdere l’orientamento. In quel tratto privo di alberi, di massi e rocce il colore è dipinto sul vertice di paletti di legno piantati nel terreno ed alti circa un metro.
Quando da un paletto non riesco a vedere quello successivo procedo con l'intuito cercando altri segnali dati dall’erba schiacciata, dalla pendenza e della direzione che mi illudo poter essere stata la più logica da seguire per i primi tracciatori.
La situazione in cui mi sono venuto a trovare non mi piace per niente e mi rimprovero di aver abbandonato la comoda strada sterrata e di aver disatteso il messaggio inviato a mia moglie e mai partito. In quel momento tutto il mio corpo è a servizio dei piedi, l’adrenalina non fa più sentire la fatica, ma l’inesorabile conta passi e conta tempo che porto al polso mi dice che ho drasticamente rallentato.
La cresta erbosa si trasforma in una prateria acquitrinosa che non mi aspettavo e l'improvviso venir meno della pendenza mi disorienta ancor di più.
Cerco e seguo disperatamente i segnali bianchi e rossi che luce, nebbia e fortuna fino a quel momento mi hanno permesso di trovare…
Finalmente tutto d'un tratto supero la quota critica e ritrovo il sereno anche se il sole illumina solo più le parti più alte della parete rocciosa che scopro avere al mio fianco.
Riprendo coraggio e il passo si fa decisamente più sicuro anche se non riesco a vedere da nessuna parte dove prosegua la strada che avevo abbandonato e non riesca nemmeno ad intuire dove sia il colle che devo raggiungere.
Sempre avanti
fino a quando non raggiungo il bordo di quella sorta di altopiano che stavo percorrendo e rivedo sul versante opposto un tratto della famosa strada.
Quando la raggiungo sono le 9 passate, il sole è tramontato, ma io sono contento come un bambino quando suona la campanella l'ultimo giorno di scuola. Mi seggo su un sasso al bordo della strada e mi tolgo tutti i sassolini che erano entrati negli scarponi e che avevo sopportato fino a quel momento. Bevo un sorso dalla borraccia e mangio anche due taralli al finocchio che mi sono sembrati la prelibatezza più buona di questa terra…
Proseguo lungo la strada sino a quando non vedo una nuova palina segnaletica che indica una deviazione su sentiero ed ancora 1 ora per raggiungere il bivacco. Proseguo veloce lungo la strada ripetendo ad alta voce: “NON LA MOLLO PIU’!”…sono andato avanti con questa cantilena per almeno 5 minuti come un automa. Più urlavo più andavo veloce.
La strada sale a serpentone, ma la pendenza è ottimale, i muscoli sono sciolti e i polmoni si sono adattati all’aria più rarefatta...viaggio veloce e determinato a cercare di arrivare prima che sia completamente buio.
Non mi aspettavo nemmeno che la strada potesse essere in alcuni tratti completamente coperta di neve, ma è ancora piuttosto morbida e proseguo senza problemi con l’aiuto dei miei bastoncini. Nella neve ci sono anche le tracce di alcuni abili enduristi.
Finalmente dopo l’ultima curva della giornata si apre la vista del colle e con esso la sagoma nera del bivacco incastonato tra i due versanti della montagna con il cielo ancora luminoso sullo sfondo. Nei pressi del bivacco compare anche i contorno di un uomo che probabilmente mi osserva da lontano.
Quella presenza mi regala l’ennesima gioia della giornata dandomi la certezza che il bivacco è aperto e che non dovrò patire il freddo per un’intera notte sotto le stelle.
Nel bivacco ho avuto modo di incontrare 3 motociclisti (di cui due provenienti dalla Toscana dopo essere stati ad un convegno di lavoro a Biella…) e 5 studenti di fisioterapia.
Davanti ad una tazza di te preparato facendo bollire l’acqua della neve abbiamo condiviso attorno al tavolone del bivacco un po’ delle nostre storie, compresa quella della giornata che stava per concludersi.
Prima di coricarsi,
ciascuno nella sua rigida cuccetta di legno, abbiamo anche accennato a che cosa avremmo fatto il giorno successivo. Tutti saremmo scesi, ma il come sarebbe stato sicuramente diverso per ciascuno di noi.
Figuriamoci il perché!
Chi è arrivato fino a qui quando ripenserà all’economia è invitato a ripercorrere la storia di questa passeggiata, alle variabili che l’hanno condizionata ed al fatto che questo pianeta è attualmente popolato da oltre 8 miliardi di persone il cui numero complessivo è in continua crescita…
Potrebbe essere un'affermazione forte, ma ritengo che non esisterà mai alcuna intelligenza artificiale capace di decidere meglio dei piedi dell’ultimo abitante della terra.









