TASSE PEGGIO DELLE BOMBE

Negli ultimi giorni, mentre le tensioni in Medio Oriente tornavano a farsi sentire e alcuni missili iraniani colpivano anche l’area degli Emirati bloccando il traffico aereo e l'enorme giro d'affari del turismo dei deserti, sui social si è diffuso un curioso coro in difesa di Dubai e della qualità di ciò che offre.

Diversi influencer e imprenditori digitali italiani che lì hanno trasferito la propria residenza si sono affrettati a rassicurare i follower: tutto sotto controllo, nessun problema, la vita continua e... noi possiamo continuare a generare modelle e contenuti artificiali capaci di stupire, incantare e far fare un sacco di soldi.

Qualcuno (un certo Costa ofm) ha sintetizzato questo genere di realtà con un post e una frase che mi hanno colpito:

«Preferisco essere bombardato dai missili che dal 50% di tasse».

È una battuta che purtroppo rischia di essere lo specchio di un modo di pensare sempre più diffuso.

Negli ultimi anni Dubai è diventata molto attrattiva per influencer, creator e imprenditori delle nuova economie online digitali. Il motivo principale è da ricercarsi in un sistema fiscale estremamente leggero e procedure snelle. In un Paese come l’Italia, dove chi lavora e fa impresa deve confrontarsi con un carico fiscale particolarmente elevato, burocrazia, dito continuamente puntato addosso e costi fissi crescenti, il fascino è comprensibile.

IN STUDIO COME AL BAR

Chi fa il mio mestiere quotidianamente ha occasione di toccare con mano tale realtà nostrana. Negli ultimi anni - per me sono ormai quasi 25 - ho potuto riscontrare in modo empirico che la pressione fiscale effettiva e ancor peggio quella amministrativa spaventa e scoraggia ancor prima di iniziare frustrando e limitando l'iniziativa, la dinamicità e la creatività che ci ha contraddistinto per secoli. Non è raro sentire giovani professionisti o aspiranti imprenditori chiedersi se abbia ancora senso mettersi in proprio.

Proprio ieri mentre mangiavo un toast al bar – che resta un ottimo osservatore sociale del Paese – mi è capitato di ascoltare la conversazione tra tre persone non più giovanissime che commentavano ciascuno in base alla propria esperienza che il gioco non valeva più la candela.

«Ma chi me lo fa fare?»

li ho sentiti ripetere più volte con tono rinunciatario e deluso.

Ed è qui che la discussione dovrebbe farsi un po’ più articolata

CONCORRENZA FISCALE TRA PAESI MOLTO DIVERSI

Le imposte non sono soltanto un costo individuale. Sono anche lo strumento con cui una comunità crea le condizioni per poter vivere quanto più dignitosamente e serenamente possibile in un Paese alimentando e finanziando infrastrutture, sanità, istruzione, sicurezza, giustizia, assistenza sociale... Senza queste cose non esiste un’economia moderna. Ricordo che le statistiche descrivono l'Italia, insieme agli altri paesi europei, tra quelli più ricchi, istruiti, sani e longevi dell'intero pianeta.

Ma se concentriamo l'attenzione solo sugli aspetti fiscali dei vari Paesi dobbiamo essere oggettivi ed onesti nel capire cosa stiamo comparando.

Alcuni Stati possono permettersi una tassazione estremamente bassa perché dispongono di rendite naturali enormi, come petrolio e gas. È questo il caso di diversi Paesi del Golfo.

Altri basano la propria competitività su strategie di attrazione fiscale estremamente aggressive promuovendo deroghe ed eccezioni come ha fatto l'Irlanda con le multinazionali o il Portogallo con i ricchi pensionati di mezzo mondo. Altri ancora basano la propria competitività sulle loro micro dimensioni e micro-giurisdizioni come Monaco, San Marino o realtà finanziarie come il Lussemburgo, che si appoggiano ai grandi Paesi in cui sono ubicati sfruttando quello che non sono in grado di replicare.

Un Paese di sessanta milioni di abitanti, con un sistema sanitario universale, infrastrutture diffuse, milioni di pensionati, un tessuto produttivo vasto e articolato e una natalità in costante riduzione permettersi di contenere in modo significativo la pressione fiscale senza rinunciare a pezzi importanti del proprio equilibrio sociale.

Questo non significa che l’attuale pressione fiscale italiana sia giusta o sostenibile. Anzi: ridurla, semplificarla e renderla più equa dovrebbe essere una priorità politica.

Ma c’è una differenza tra chiedere uno Stato più efficiente e trasformare l’ottimizzazione fiscale in una specie di ideologia.

CREDERCI

Un Paese vive grazie a chi decide di restare, a chi è capace di accogliere e di attrarre per costruire insieme cultura, imprese, lavoro, competenze, comunità.

Non credo che il problema siano quelli che partono, sebbene in Italia siano sempre di più spaventati di rimanere con il cerino in mano.
Ritengo che il vero problema sia quando un intero Paese smette di credere che valga la pena restare.

E quando il massimo dell’ambizione individuale, imprenditoriale e collettiva sia trovare il modo per cui il "gioco valga la candela", possibilmente pagando meno tasse possibile, non abbiamo scoperto il segreto della libertà economica...

Abbiamo semplicemente smesso di credere di essere capaci a costruire qualcosa che valga di più delle tasse che paghiamo.

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