“BUEN CAMINO” E CONTINUITA’ AZIENDALE: QUANDO IL VERO CAPITALE E’ ESSERCI

Anche i commercialisti vanno al cinema e, durante queste Feste natalizie, era praticamente impossibile non imbattersi nell’ultimo film di Checco Zalone, tanto è stato proposto e riproposto nelle sale.

Non sono però i record di incassi dell’industria cinematografica che mi interessano, quanto piuttosto alcuni aspetti molto attuali del panorama imprenditoriale italiano che Zalone riesce a mettere in evidenza con la sua consueta, e solo apparentemente leggera, profondità.

LA DIFFICOLTA’ DEI PASSAGGI GENERAZIONALI

La ricchezza ostentata da Checco è il frutto di “sessant’anni di lavoro” del padre, capace di trasformare un piccolo mobilificio artigianale in una multinazionale quotata in Borsa: qualcosa di paragonabile a una piccola IKEA.

Il padre, anziano, è colpito da un ictus che lo priva della parola e della capacità di muoversi. Checco si prende cura di lui, sollecitando continuamente i medici affinché trovino nuovi stimoli per farlo reagire. È probabile che, almeno formalmente, le azioni dell’azienda e gran parte del patrimonio siano già state trasferite al figlio, garantendogli rendite tali da consentirgli un tenore di vita estremamente privilegiato. Eppure Checco è consapevole che quella ricchezza non è merito suo.

Invece di rimboccarsi le maniche, fa di tutto affinché il padre torni quello di prima.

Questa dinamica non è così distante da molte realtà imprenditoriali: figli di imprenditori capaci e fortunati che non sempre possiedono le stesse competenze, e padri che, forti di una smisurata autostima, faticano a concedere fiducia e spazio. Fiducia e spazio che, va detto, vanno anche conquistati passo dopo passo. E Checco, in questo senso, non sembra essersi mai davvero impegnato.

Molti fortunati imprenditori risolvono questo imbarazzante problema cercando di vendere l’azienda, ritenendo più semplice e sicuro per il futuro della famiglia monetizzare quanto si è riusciti a costruire sino a quel momento, piuttosto che accollarsi i rischi derivanti da una gestione incerta o semplicemente priva di una visione altrettanto illuminata.

Altri investono affidando l’azienda a manager, che si auspica possano essere in grado di dotarla di un’organizzazione tale da spersonalizzare la capacità di stare sul mercato nel tempo e con profitto dalla figura del suo fondatore.

Altri ancora scommettono su qualche esponente della generazione dei nipoti, nei cui confronti il rapporto risulta spesso meno conflittuale e reciprocamente più rispettosi.

Il passaggio generazionale non è mai semplice.

Nel film viene risolto in modo paradossale: il padre, in un improvviso momento di lucidità, mosso più dalla rabbia che dalla misericordia, guarisce miracolosamente e riprende in mano le sorti dell’azienda, pur di non assistere al disastro imminente.

Una soluzione cinematografica che, nella realtà, raramente è possibile, almeno per il momento.

AUTORITA’ NON EQUIVALE AD AUTOREVOLEZZA

Durante il Cammino, la figlia di Checco si infortuna a una caviglia. Nel tentativo di soccorrerla, il padre prova a fermare un furgone del proprio mobilificio che, per pura coincidenza, transita in quel remoto paesino spagnolo.

Checco si getta in mezzo alla strada, si presenta come amministratore delegato ordinando all’autista di fermarsi. Il furgone suona il clacson, lo evita per un soffio e prosegue.

È una parodia estrema, ma tremendamente efficace, di ciò che accade in alcune aziende: ruoli formalmente riconosciuti nell’ambito di organigramma e gerarchie che, nei fatti, non godono di stima né di vera fiducia.

Autorevolezza, fiducia e stima non si maturano con una semplice mostrina: si conquistano sul campo, giorno dopo giorno. Ed è qui che emerge la differenza tra manager e leader.

Il primo spinge, controlla, gestisce; il secondo guida, ispira, trascina.

Il manager gestisce il "come" (manu-ager, gestire con la mano), mentre il leader indica la direzione ("tirare" verso una meta) cercando di valorizzare le persone e creando slancio e coinvolgimento nell’esecuzione dei propri compiti.

Checco, nel suo mobilificio, non è né l’uno né l’altro. È semplicemente “arrivato” senza essere mai partito.

ANDARE FINO IN FONDO

Fin dalle prime battute, Zalone mette in evidenza quello che considera uno dei suoi maggiori pregi: la costanza. Un’affermazione paradossale, se rapportata al personaggio, ma estremamente vera sul piano valoriale specie in quest’epoca di esagerata fluidità tendente verso la vaporizzazione.

La costanza è una qualità decisiva in molti ambiti: nello studio, nello sport, nel lavoro, nelle relazioni, e certamente anche in ambito aziendale. Ma la costanza presuppone e richiede un altro elemento fondamentale: la presenza.

Presenza fisica e mentale.

Presenza che impegna contemporaneamente spazio e tempo.

Anche il semplice gesto di alzare la serranda ogni mattina e accendere le luci della bottega lancia segnali fortissimi, dentro e fuori di noi. All’interno rafforza l’autostima; all’esterno alimenta relazioni, fiducia, continuità.

Zalone recupera il rapporto con la figlia semplicemente standole vicino. Si scoprono e imparano a conoscersi condividendo la fatica, sostenendosi a vicenda, vivendo insieme il cammino. Ed è proprio questa presenza costante che consolida nel tempo non solo i rapporti umani, ma anche quelli economici e professionali.

La costanza significa anche continuare quando i risultati tardano ad arrivare, quando emergono difficoltà, delusioni e magari anche qualche frustrazione. Non vuol dire non cambiare strada, ma adattarsi senza fermarsi.

Fare un passo dopo l’altro.

Quello che all’inizio richiede sforzo e impegno, con il tempo diventa più semplice e naturale. E il cammino, forse, non porterà solo a Santiago, ma permetterà qualche volta di andare anche oltre. Fino a intravedere l’oceano.

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