L’ALTRA FACCIA DELLA LUNA

Libera interpretazione della parole di Fausto Maria Martini – giugno 2019.

Agliè è un piccolo mondo che sembra venire da un altro secolo.

Mi viene in mente un pomeriggio di qualche anno fa. Ero seduto fuori, le giornate di maggio cominciavano a essere calde, quando la casa in campagna si trasformava da rifugio a paradiso. Gastone era al mio fianco, a farsi accarezzare le orecchie, sonnecchiando. Per strada mi avevano fermato per i soliti complimenti.

«Ma è stupendo. Morde?»

«Ma no, si figuri, lo vede com'è bravo? Sembra una persona fatta e finita.»

«I cani sono meglio delle persone, non crede?» aveva terminato la signora sorridendo.

Lo sapevo bene io, quanto era bravo. Una volta aveva premuto un tasto ed era rimasto chiuso una giornata intera dentro la macchina. Le chiavi erano nel nottolino e lui non ha fatto una piega mentre io mi agitavo per recuperare quelle di riserva.

Da una parte, alle spalle, c'era il Castello Ducale. Ero arrivato tardi, tornando dal supermercato. Avevo letto da qualche parte che ci sarebbe stato un evento, forse un ballo in costume. Ne parlavano anche alla cassa.

«Sai che c'è? Un giorno ci vado», mi ero detto mentre ero quasi a casa. «Non oggi che si sta bene, che al tramonto cominciano a sentirsi le cicale, e il profumo dell'erba riempie l'aria pulita.

Un giorno lo dico a Lidia, le dico che andiamo a Torino a prendere i vestiti, i costumi, chissà come ci si vestiva all'epoca, come si ballava, se si dava del lei o del voi alle signorine. Magari lo chiedo a Lidia, che lei sa sempre tutto.»

Poi, però, non le ho detto niente. Ho messo subito in frigo la pasta fresca, le verdure di stagione, volevo preparare una cenetta eccezionale. Lidia mi aspettava fuori, a godersi il tramonto.

È che noi la reggia l’avevamo già, ed era tutta per noi. Ad Agliè ci andavamo nel tempo libero, a ricaricare le pile, a respirare un'aria diversa.

Negli anni ci hanno tenuto compagnia i nostri cavalli, Mirto, Milora, Marta, Mia, tutti con la lettera M, una tradizione.

Bellissimi, nella loro stalla, a nitrire e sbattere gli zoccoli a terra, come a intonare una marcia di benvenuto.

Di solito mi perdevo a guardare la terra, le piante, a valutare una potatura. Ogni giovedì andavo ad Agliè ad occuparmi del giardino, custode di quella meraviglia a cielo aperto.

Ma quella volta, per qualche motivo, ho pensato che era una vita che non guardavo il cielo, e mi sono messo a osservarlo. C'era già la luna, luna piena, ed era incredibile vederla lì, di giorno, i colori tenui che si perdono nell'azzurro.

Da qualche parte ho letto che noi, dalla Terra, possiamo vederne soltanto una parte, sempre quella.

Chissà com'era fatta, poi, l'altra metà della luna.

Con Lidia sembrava un meraviglioso scherzo del destino. Io, a vendere servizi in via Lamarmora 38, lei ragioniera in via Lamarmora 39, uno a fianco all'altro, già da prima di conoscerci.

E al nostro primo incontro, invece di un caffè, le ho offerto proprio un servizio commerciale.

In qualche modo devo averla convinta, se qualche tempo dopo le ho offerto una pizza, poi una cena al ristorante, poi un’altra uscita ancora. Poi ci siamo sposati.

Sembra l'altro ieri e invece sono passati diversi anni.

Quanti chilometri abbiamo fatto, Lidia ed io.

Ad Agliè, dove abbiamo passato i momenti più belli della nostra vita. O in Valchiusella, con le sue montagne e i ponti che attraversano le cascate. O a Peschici, quando passeggiavamo sul lungomare con i nostri cani.

Siamo andati ovunque, Lidia ed io, ma ho viaggiato tanto anche da solo.

La mia professione m’imponeva di stare fuori molti giorni. Per questo, ogni mattina, la chiamavo alle sette in punto, prima di andare al lavoro.

Non c'erano i telefonini, non era facile come oggi, ma non potevo fare a meno di quel buongiorno.

Poi, con Lidia, ci ho anche lavorato.

Insieme allo Studio Fabbro Martini.

In realtà, non è che passassi molto tempo in ufficio: quando non ero all'Agenzia delle Entrate andavo direttamente dai clienti, così che in studio rimanevo pochissimo.

Non è semplice lavorare con tua moglie, far finta che sia una semplice collega. Per me non lo è mai stata.

Quando mi fermavo, con Lidia ci dicevamo tutto. Un piccolo sfogo, una battuta, il racconto di quello che avevamo fatto e quello che dovevamo ancora fare.

Quando tornavamo a casa non c'era più molto da dire, ed era stranissimo. Poi ho capito che andava bene così, che una vita passata insieme non ha bisogno di nessuna spiegazione.

Non c'era bisogno di dirle che era da ammirare, che quello che aveva costruito era frutto solo delle sue forze e della sua caparbietà.

Nella vita lavorativa era una tigre e questo bastava.

Scrupolosa con le pratiche, lavoratrice infaticabile, una professionista vera. Studiava e s’interfacciava con tutti i clienti e non veniva mai colta in fallo, neanche con le persone più zelanti.

Chi l'avrebbe mai detto. I cavalli, i cani, la campagna, un cielo meraviglioso, e persino una tigre.

Non ditelo a nessuno, soprattutto a Lidia, ma io, ogni giorno in studio, ho visto la mia altra metà della luna.

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