Abbiamo combinato di vederci tra uno spettacolo e l’altro. È mercoledì, giorno non comune per lo Splendor, che generalmente proietta i suoi film a cavallo del fine settimana, tra venerdì e lunedì. L’eccezione è dovuta a una collaborazione avviata con un’associazione locale che ha un riccio per mascotte e che promuove e pratica lo “slow walking”, e per questa sera ha proposto la proiezione di un film documentario:
“Chiamo: nessuno risponde.”
Lo spettacolo è appena iniziato e Gianni è ancora seduto dietro al botteghino della cassa, chiacchierando con la sua signora, seduta di fronte a lui su una delle vecchie poltrone della sala.
Mi chiede la cortesia di poter fumare una sigaretta prima di iniziare la nostra chiacchierata. Se la accende, esce nel vicolo e in men che non si dica incontra qualcuno che passa in strada, con cui inizia a parlare tra un tiro e l’altro.
FERRO VECCHIO
Mentre aspetto, mi soffermo a guardare da vicino due vecchi proiettori che oggi occupano due nicchie del corridoio che porta in platea. Affascinato dal poter vedere da vicino il “faro” di ogni cinema — quella luce che sbuca dalla microfinestrella nel muro che chiude ogni sala — scatto qualche foto e chiedo al figlio e alla signora da quando si fosse passati ai film in digitale.
Allo Splendor hanno iniziato a programmare con il computer film, trailer, pubblicità, accensione e spegnimento delle luci nel 2012, ma qualche precursore aveva già iniziato qualche anno prima. Sono passati appena una quindicina d’anni, ma quei proiettori, che hanno amplificato le immagini impresse su chilometri di pellicola per circa un secolo, sembrano veri e propri reperti archeologici.
Un pomeriggio, un bambino ha chiesto al nonno che lo accompagnava a vedere un cartone animato cosa fossero quelle grosse macchine, e questi, con un pragmatismo tipicamente chierese, si è limitato a rispondergli:
“Ferri vecchi! Se sono qui è perché non servono più a niente.”
UN FIUME IN PIENA
Terminata la sigaretta, Gianni rientra per farsi anche un caffè. Ci sediamo su una panca imbottita, anch'essa proveniente da una delle vecchie sale cinematografiche gestite dalla sua famiglia, e iniziamo.
È bastato chiedergli delle origini perché Gianni si accendesse come un vecchio proiettore e potesse inondandarmi per circa un’ora con un fiume di storie, aneddoti di famiglia, d’impresa, di costume, di cultura e, ovviamente, di cinema.
I suoi racconti sono durati appena il tempo del film, ma mi si sono girati e rigirati in testa per tutta la sera e per l’intera notte.
Nel riaprire il quaderno a distanza di meno di una settimana dal nostro incontro, scopro che gli appunti presi sono molto scarni: appena tre paginette, con parole abbreviate, frasi incomplete, date, numeri e percentuali cerchiate, che faccio fatica a mettere in ordine e a ridare loro il senso che quella sera mi sembrava chiarissimo.
È stato proprio come un fiume in piena!
QUALCOSA DI MODERNO
Il nonno di Gianni apparteneva a una classica famiglia di agricoltori. Avevano terra e cascina a Balzola, un piccolo paese nella pianura tra Casale Monferrato e Vercelli. La famiglia era di quelle numerose, come si usava all’inizio del Novecento, e la terra, che bene o male riusciva a sfamare tutti, difficilmente era in grado di offrire riconoscimenti particolari ai membri della famiglia più ambiziosi o meritevoli.
Fu così che il nonno iniziò a cercare la sua strada altrove, approcciando il settore della mediazione e del commercio di sementi. Poi arrivarono il fascismo e la seconda guerra mondiale: in quel periodo la frequentazione dei cinema raggiunse numeri strabilianti.
Quello del cinema aveva tutte le caratteristiche per essere considerato un mercato in espansione, e il nonno, da buon commerciante quale era diventato, intuì che, se cavalcato, avrebbe potuto rappresentare una valida opportunità economica e al contempo un veicolo di modernità, cultura e svago.
Nel 1948 ebbe il coraggio di aprire una prima piccola sala proprio a Balzola e, dopo poco tempo, raddoppiò l’investimento con una seconda sala in un altro paese non troppo lontano da quello d’origine.
Nel 1951 venne l’occasione di acquistare il Cinema Splendor di Chieri — non i muri, ma l’azienda. Poiché l’impegno economico era considerevole, il nonno chiese aiuto alla famiglia, che gli venne incontro liquidandogli la sua parte di eredità, svincolandolo definitivamente dal mondo agricolo e dalla terra.
DI PADRE IN FIGLIO
A Chieri il nonno portò suo figlio, all’epoca non ancora ventenne, per affidargli la gestione del nuovo ramo d’azienda. A quei tempi Chieri era una cittadina in piena espansione economica, industriale e demografica, ed esistevano diversi cinematografi.
Oltre allo Splendor, nato dalla conversione di un antico teatro, c’era il Chierese - poi diventato Marilyn e dopo ancora Universal - all’interno del cortile di piazza Cavour n. 2, e poi diverse sale parrocchiali gestite da volontari e appassionati.
A quell'epoca anche i Cinema rappresentavano il tessuto sociale e si distinguevano appunto in parrocchiali e "industriali" intendendo come tali tutti quelli che venivano gestiti come vere e proprie imprese economiche.
Con un po' di fantasia, ma senza correre il rischio di sbagliare più di tanto, potremmo dire che in quegli anni il centro di Chieri contasse più chiese e fabbriche che abitazioni, anche perché spesso ogni casa ospitava almeno un telaio e un angolo di preghiera.
Correva l’anno 1959 quando nacque Gianni, che oggi ci ha offerto un rapido trailer della sua vita. Possiamo affermare che sia letteralmente nato allo Splendor, perché all’epoca la sua famiglia viveva in un piccolo appartamento in affitto proprio sopra il cinema, e l’ospedale si trovava allora, come oggi, a pochi passi di distanza.
Gianni cresce in questo ennesimo e originale contesto di casa-bottega: aiuta il papà a dare e strappare i biglietti e, quando riceve il permesso, guarda anche lui il film. La “censura” del padre, con il senno di poi, si è rivelata molto meno severa di tutte le altre forme ancora presenti in città.
Basti pensare che, ancora nella prima metà degli anni ’60, i cinema erano frequentati prevalentemente da uomini che spesso abbinavano al film una sosta al bar — chi prima, chi dopo, chi sia prima che dopo.
PICCOLO GRANDE UOMO
Gianni cresce dunque in una nuvola di fumo, circondato prevalentemente da uomini, tra le urla degli indiani, gli spari, le avventure dei cowboy e le crudeltà dei cavalieri dell’esercito americano.
Mi ha confessato che, all’inizio, essere in mezzo a tutta quella gente e a tutto quel trambusto non è stato facile, ma presto si è abituato, è sopravvissuto e ha iniziato a sentirsi a proprio agio.
A tal punto che l’ambiente del cinema, i film e i tanti frequentatori sono presto diventati non solo parte della sua vita, ma qualcosa di confortevole e piacevole.
In questo contesto è venuto naturale e spontaneo proseguire l’attività del padre, avviata e voluta dal nonno.
Potremmo dire che non è stato necessario scegliere, esattamente come era accaduto in passato per diverse generazioni della sua famiglia legate alla campagna.
Il papà, invece, fece la scelta di tornare alla terra delle sue origini, recuperando ciò che il nonno aveva rifiutato e da cui lo aveva più o meno forzatamente staccato, non appena ritenne che Gianni avesse dimostrato di trovarsi a proprio agio anche nella conduzione dello Splendor - ancora inteso come "industria", che all’epoca era rimasto l’unico cinema tra i diversi gestiti in passato.
Gianni ha avuto l’opportunità — e forse la fortuna — di ricevere dal padre fiducia, autonomia e libertà d’azione, ma anche tutte le responsabilità che ne conseguono, in tempi decisamente più rapidi rispetto a quanto normalmente accade nelle imprese di famiglia.
I WESTERN NON PIACCIONO PIÙ
Il genere che ha caratterizzato l’inizio della seconda metà del secolo scorso è forse passato di moda proprio con l’uscita, nel 1970, de Il piccolo grande uomo, in cui un giovane Dustin Hoffman mostrava che anche gli indiani erano capaci di provare emozioni ed erano portatori di valori nobili almeno quanto quelli dei bianchi d’America.
Con l’arrivo degli anni ’70 e dell’epoca del Peace & Love, tramonta quella dei grandi conflitti tra civiltà, tra civiltà e natura, tra la legge e il caos, tra la giustizia del diritto e la vendetta personale.
Forse sarebbe rimasta contemporanea la ricerca di una “terra promessa”, ma l’idea di raggiungerla con l’uso delle pistole e dei fucili era ormai divenuta incompatibile con la sensibilità dei figli dei fiori.
In quegli anni anche il cinema inizia a piacere meno. L’avvento della TV, che poco per volta aveva iniziato a popolare prima i bar, poi i condomini e infine le singole abitazioni, aveva contribuito a cambiare le abitudini e ad ampliare enormemente l’offerta di svago per una società che incominciava ad avere sempre più tempo libero ed iniziava a scoprire che poteva permettersi qualcosa di diverso rispetto alle consuetudini di chiesa e bottega, cinema e bar.
Una società nata povera, affamata e gravata da tanti doveri e pochi diritti aveva rapidamente raggiunto un discreto benessere, imparando progressivamente a vantare sempre più diritti.
Questa evoluzione sociale, che ha subito una rapida accelerazione in quegli anni ma che prosegue incessantemente ancora oggi, si è potuta osservare molto bene anche tra le poltrone dello Splendor.
Si è passati dall’essere tanti, giovani e di bocca buona, a essere meno, più anziani e decisamente più sofisticati.
Le sedie in legno, rigide, strette e pratiche, sono state sostituite da comode poltrone imbottite. In sala si è creato il vuoto davanti a noi, e le prime file, quelle da far venire male al collo, non esistono più.
Dal bianco e nero si è passati al colore.
Dai rotoli di pellicola a milioni di byte digitali.
Dalle sale parrocchiali alle multisala, e da queste ai centri commerciali.
Dalla prima, seconda e terza visione, allo spettacolo unico.
Anche se la durata del film è rimasta più o meno la stessa, è come se si fossero accorciati i tempi di fruizione e l’energia insita in ogni produzione si esaurisse più in fretta.
TANTA GENTE GRATA
In un’epoca in cui i cinema continuano a chiudere, nonostante l’enorme aiuto statale che viene loro concesso (negli ultimi anni si è arrivati a rimborsare alle sale il 60% dei costi di gestione), allo Splendor si respira un’altra aria.
Al termine del film, uno dopo l’altro, gli spettatori si sono avviati verso l’uscita passandoci davanti, mentre Gianni continuava il suo entusiastico racconto. Non solo ho visto tanta gente — molta di più di quella che mi sarei aspettato — ma ho visto persone riconoscenti, contente, amiche.
Qualcuno ha rivolto a Gianni commenti e apprezzamenti, chi un semplice saluto, chi addirittura una carezza.
Esaurita l’ondata di piena, ho chiesto quanti fossero stati e Gianni mi ha risposto prontamente: “159.”
Poi ha aggiunto, vedendo il mio sguardo stupito: “Va beh, ma lo abbiamo messo a 1 euro.”
Quella del cinema è stata — e forse è ancora — una forte corporazione. Tra gestori di sale ci si conosce tutti, a tal punto che Gianni ha raccontato quasi più aneddoti degli altri cinema che dello Splendor, ma con la stessa enfasi, come se fossero parte della sua storia. E forse lo è per davvero.
I colleghi gli dicono che lo Splendor costituisce un’eccezione rispetto al panorama nazionale per la partecipazione e il coinvolgimento del pubblico di Chieri e dintorni.
Probabilmente è vero, ma per quanto ho potuto osservare ritengo che non sia una mera casualità, bensì il frutto di passione, impegno, professionalità, gentilezza e molta umanità.
Grazie allo Splendor ho riscoperto il piacere di andare al cinema, anche all’aperto, sotto le stelle nel cortile del comune in estate, anche da solo, perché tanto sono sicuro che troverò sempre qualcuno con cui condividere un’emozione e magari scambiare anche due parole.
IMPRESA VERA, DI FAMIGLIA
Mi hanno colpito tre affermazioni di Gianni, che lo iscrivono a pieno titolo nella mia personalissima categoria degli imprenditori di famiglia di più alto livello.
La prima è che lui non sceglie i film che gli piacciono, ma quelli che ritiene possano piacere al suo pubblico, senza nemmeno visionarli in anteprima. L’esperienza gli dice che Chieri non ama particolarmente la fantascienza, l’horror, “l’animale grosso” e, in generale, il film troppo “grasso”, stile cinepanettone. Sa bene che i western non vanno più anche se a lui continuano a piacere.
La seconda è che, per vendere biglietti, non solo il film deve almeno potenzialmente piacere, ma anche il prezzo deve essere equo e adeguato al proprio pubblico. La gestione familiare e parsimoniosa, la dimensione contenuta e, ancora una volta, l’esperienza, consentono di praticare prezzi più popolari rispetto alle multisala o alla vicina Torino, anche quando il distributore concede meno margine sull’incasso.
La terza è che Gianni accetterebbe serenamente di chiudere lo Splendor se l’attività non dovesse più essere economicamente sostenibile, se dunque non dovesse più essere "industriale" come ai tempi del nonno. Questa lucidità, da parte di una persona nata e vissuta tutta la vita davanti al suo grande schermo, potrebbe sembrare un po’ fredda, ma credo che debba stare alla base di ogni sana gestione imprenditoriale.
Detto ciò, sebbene non voglia dargli troppo peso, da qualche mese uno dei suoi due figli ha iniziato spontaneamente a frequentare il cinema. L’altro, invece, è andato a lavorare in India per avviare un grande centro commerciale, ma sarebbe tornato l’indomani. Gianni lo ha raccontato a molti degli amici del pubblico che si avviavano verso l’uscita, dicendo che sarebbe dovuto andare a prenderlo all’aeroporto.
E in queste due cose, messe insieme, ho visto più luce nei suoi occhi di quanta ne sia stata proiettata sul grande schermo dello Splendor.
Ma basta chiacchiere: ora è tempo di accendere una nuova sigaretta!









