DOVE VANNO I RISPARMI DEGLI ITALIANI

Il Sole 24 ORE del lunedì ha pubblicato in prima pagina i dati di Banca d’Italia sull’andamento delle giacenze di conto corrente.

Gli italiani conservano nei conti correnti bancari

1.163 miliardi di euro.

Una montagna di denaro che ogni anno perde potere d'acquisto sotto l'effetto dell'inflazione (circa l’11% negli ultimi 4 anni).

L’altro numero è

42 Miliardi di euro.

Pari a quanto il Tesoro ha raccolto con le ultime tre emissioni di BTP gestite tra fine ottobre 2025 e giugno 2026. Ogni collocamento da diversi miliardi è andato esaurito in pochi giorni.

Infine c'è un terzo numero.

73 milioni di euro.

È tutta la raccolta realizzata dal mercato italiano del crowdinvesting nel primo semestre 2026, in calo del 37,6% rispetto all'anno precedente. Il dato è stato diffuso ieri dall’Osservatorio del Politecnico di Milano attraverso la presentazione dell’undicesimo report sul crowdinvesting italiano.

I volumi sono tornati ai livelli del 2020 e non si intravedono segnali di ripresa.

Tre numeri. Tre fotografie. Un'unica storia.

IL DENARO NON MANCA

L’Italia è un Paese di grandi risparmiatori, ma tutto questo denaro

Non entra nelle imprese.

Non finanzia startup innovative.

Non sostiene le PMI.

Non compra minibond.

Non presta denaro attraverso piattaforme di lending.

Rimane sui conti correnti, compra il debito pubblico oppure, per i più intraprendenti, prende la strada dei Paesi esteri alla ricerca di rendimenti maggiori.

In questo modo il risparmio nazionale privato ha deciso di finanziare prevalentemente la spesa pubblica dello Stato (in cui la voce principale ricorso essere quella per le pensioni) anziché investire sul futuro delle imprese e contribuire alla crescita reale del Paese e sulla sua capacità di produrre ricchezza.

PERCHÉ?

Gli italiani sono anziani?

Gli italiani non amano il rischio?

Questi elementi sicuramente condizionano le scelte.

Un Paese con un'età media che si avvicina ai 50 anni tende naturalmente a privilegiare la conservazione del patrimonio rispetto alla sua crescita.

Ma non credo che questa spiegazione sia sufficiente per motivare un atteggiamento che sta consolidandosi negli anni quando al contempo dovrebbero anche essere cresciute le opportunità e gli strumenti di investimento, diminuiti i costi di transazione e aumentata la cultura finanziaria.

ANCORA UNA VOLTA UN PROBLEMA DI FIDUCIA

Dalla presentazione del recente rapporto del Politecnico di Milano emergono molte cause dell’attuale crisi del crowdinvesting.

Normative in continua evoluzione.

Fiscalità incerta e/o penalizzante rispetto ad altri investimenti.

Garanzie pubbliche annunciate da tempo ma non ancora operative.

Piattaforme sospese.

Operatori usciti dal mercato.

Ritardi nelle exit.

Insolvenze nel lending.

Default che in alcune piattaforme arrivano a percentuali molto elevate.

Ma a valle di tutti questi fenomeni prende corpo un comune denominatore:

la diminuzione della fiducia.

Il piccolo investitore non dispone degli strumenti per distinguere una buona iniziativa da una cattiva. Allora smette di scegliere. E quando smette di scegliere torna dove si sente protetto.

Sul conto corrente oppure sui titoli di Stato

LA SELEZIONE AVVERSA

Esiste poi un problema più delicato che contribuisce a ridurre ulteriormente la fiducia verso il mercato del crowdinvesting.

Molte delle imprese migliori non hanno alcun interesse a cercare capitali - di rischio o di debito - tramite le piattaforme crowd.

Se una società è sana, produce reddito, ha bilanci equilibrati e un buon piano industriale per il futuro, spesso trova più semplice ed economico accedere al credito bancario, ricercare fondi di private equity o investitori professionali.

Sulle piattaforme rischiano così di arrivare con maggiore frequenza le iniziative che non hanno trovato capitale altrove.

Non sempre, naturalmente.

Esistono campagne eccellenti.

Ma il rischio che si alimenti una selezione avversa nel mercato crowd è concreto.

E quando gli investitori iniziano a percepirlo, il circolo vizioso è inevitabile.

Meno fiducia. Meno capitali. Rendimenti promessi più elevati. Progetti ancora più difficilmente sostenibili. Ancora meno fiducia.

E LA CONCORRENZA DELLO STATO

Lo Stato vorrebbe favorire il finanziamento delle imprese attraverso strumenti alternativi e per questo concede detrazioni elevate per ogni euro investito nelle imprese innovative, è disposto ad offrire garanzie agli investitori ed agevolare le banche che le finanziano con lo strumento delle controgaranzie del Medio Credito Centrale.

Contemporaneamente però è il più grande concorrente nella raccolta del risparmio delle famiglie.

Quando un BTP offre un rendimento interessante, una fiscalità favorevole, un mercato secondario liquido e, soprattutto, la percezione di una garanzia implicita dello Stato, diventa inevitabilmente il termine di confronto per qualsiasi altro investimento.

Per convincere un risparmiatore a finanziare una PMI non basta promettergli un rendimento superiore e compartecipare alle sue perdite in misura pari al 30% o più.

Occorre offrirgli anche regole stabili, trasparenza, selezione rigorosa e la sensazione che qualcuno stia davvero facendo due diligence al suo posto.

L’AVVERSIONE AL RISCHIO

Non credo che gli italiani abbiano paura del rischio. Credo piuttosto che abbiano paura dell'incertezza.

Sono due cose molto diverse.

Il rischio è misurabile,

l'incertezza NO.

Il rischio può essere remunerato,

l'incertezza genera soltanto sfiducia.

Quando le norme cambiano continuamente, i regimi fiscali penalizzano, le garanzie pubbliche vengono annunciate ma poi tardano a diventare operative o quando lo saranno avranno dei tempi incompatibili con le esigenze del mercato, gli operatori stessi faticano a orientarsi e il risparmiatore razionale non investe.

Aspetta.

E nel frattempo tiene i soldi sul conto o compra un BTP.

LA VERA SFIDA

Le parole più interessanti che ho sentito durante la presentazione sono state pronunciate da Riccardo Marchetti, giovane co-founder della piattaforma Brick-Up di crowdfunding immobiliare, in merito alla prioritaria necessità di ricostruire la fiducia dei risparmiatori in prima battuta ad opera degli stessi operatori del mercato crowdfunding specie se di lending a costo di diminuire la raccolta e rallentare la crescita.

È necessario far percepire agli investitori che qualcuno abbia già fatto il lavoro più difficile nel separare i progetti buoni da quelli cattivi a prescindere dalle garanzie e dalle ulteriori agevolazioni che possa portare lo Stato.

L'Italia non è povera e non soffre di carenza di risparmi, ma sicuramente ha necessità di intermediari di fiducia che facciano seriamente e professionalmente il lavoro per cui chiedono di essere giustamente remunerati.

SE INVESTISSIMO TUTTI L’1% DELLA NOSTRA LIQUIDITA’

Per coerenza con l’apertura di queste riflessioni chiudo con una provocazione in numeri.

Se gli italiani si convincessero ad investire appena l’1% all’anno di quello che possiedono sui propri conti correnti in economia reale proposta tramite iniziative di veicolate tramite il crowdinvesting l’intero mercato crescerebbe di oltre 71 volte rispetto ai volumi di circa 164 Milioni di euro complessivamente movimentati negli ultimi 12 mesi.

Se investissimo la liquidità che è stata mediamente bruciata dall’inflazione negli ultimi 4 anni l’intero mercato del crowdfunding italiano crescerebbe di ben il  

21.540%!!

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