La sensibilità giapponese di Chiharu Shiota in mostra al MAO di Torino e messa in scena in Rental Family apprezzata nel fine settimana mi ha suggerito una diversa chiave di lettura dello spaccato di italianissima cultura POP che si è esibito sul palco di Sanremo 2026.
Un sottile filo rosso unisce le tre canzoni che hanno conquistato il podio del teatro Ariston e le agenzie giapponesi che affittano per brevi periodi la relazione con genitori, partner, amici...
Nonostante il fenomeno descritto sia nato in uno dei contesti più urbanizzati e iper-performativi del pianeta e non sia ancora comparso nel nostro Paese i giovani cantanti che si sono aggiudicati l'ultimo Sanremo denunciano, ciascuno a modo suo, l'enorme fatica contemporanea che si rende necessaria per provare a costruire legami autentici e duraturi.
SOCIETA' SEMPRE PIU' INDIVIDUALISTE
Il fenomeno della “rental family” nasce in Giappone come risposta a bisogni derivanti da solitudine, forte pressione lavorativa, aspettative sociali rigide, famiglie frammentate. In un contesto dove l’isolamento è diventato strutturale, alcune persone scelgono di “affittare” una figura relazionale per un evento, una presentazione formale, o anche solo per colmare un vuoto affettivo.
Non si affitta soltanto una persona.
Si affitta un ruolo: il padre, il marito, il collega, l’amico.
Si affitta una funzione sociale.
Sul palco di Sanremo, in modo diverso ma complementare, emergono tre risposte ad analogo scenario:
Per sempre sì canta la promessa di un amore che resiste nel tempo capace di trasformarsi in progetto di vita.
Tu mi piaci tanto mette in evidenza le contraddizioni della società contemporanea e, con il suo esplicito richiamo a Luigi Tenco, sottolinea come la pressione di certi ambienti possa aver conseguenze anche gravi sulla psiche di una persona
Che Fastidio racconta il rifiuto ironico e polemico delle maschere e delle ipocrisie sociali.
Tre linguaggi diversi per un unico sottofondo: il bisogno di relazione in un contesto che non le favorisce più o che tende a renderle più superficiali e decisamente meno solide nel tempo.
Ai messaggi dei cantanti aggiungerei quello silenzioso di Bianca Balti tornata sul palco più bella che mai e quello esplicito, sincero e commosso del professor Vincenzo Schettini rivolto a tutti noi genitori.
AUTENTICITA' O MESSA IN SCENA?
La “rental family” è una messa in scena dichiarata.
Chi partecipa sa che sta vivendo una relazione temporanea e contrattuale.
Nella vita di tutti i giorni non siamo sotto contratto con qualcuno, ma quanto delle nostre relazioni è autentico, spontano e sincero e quanto è recitazione? Quanto stiamo recitando un ruolo – professionale, familiare, sociale – e quanto stiamo davvero incontrando l’altro?
La musica pare avere intercettato bene questo dilemma. Da un lato c’è il desiderio di una promessa stabile, quasi controcorrente rispetto alla fluidità contemporanea. Dall’altro c’è però la consapevolezza che la società impone posture, cliché, rituali spesso vuoti, ma capaci di generare fastidio, insofferenza quando non addirittura frustrazione o depressione.
Nel mezzo prende forma la tensione tra sentimento reale e cornice sociale.
IL MERCATO DEGLI AFFETTI
Il mestiere più antico del mondo pare essersi evoluto e ampliato.
La “rental family” è un vero e proprio servizio.
L’intimità è entrata a pieno titolo nel mercato e l’affetto diventa, in alcuni casi, una prestazione.
Non si tratta di un’anomalia esotica, ma di un’estensione coerente delle logiche economiche contemporanee:
se il tempo è monetizzato,
se la cura è delegata,
se la presenza è sempre più rara,
allora anche il legame può diventare oggetto di scambio.
Le canzoni più premiate parlano di scelta, di responsabilità, di rifiuto della superficialità. In un certo senso, la cultura pop sembra reagire simbolicamente a una possibile deriva: quella di relazioni sempre più funzionali e sempre meno radicate.
Dove il mercato offre soluzioni pratiche, l’arte rilancia valori.
LA SOLITUDINE COME CONDIZIONE STRUTTURALE
Alla base di tutto c’è un dato che riguarda anche l’Italia: la solitudine non è più un’eccezione, ma una condizione diffusa nelle società avanzate. Le statistiche dell'ISTAT evidenziano che nel 2024 i nuclei famigliari unipersonali hanno superato il 36% del totale con un incremento di oltre 11 punti percentuali di tale costume nei soli ultimi 20 anni.
Famiglie più piccole dunque, ma anche mobilità geografica elevata, lavoro più precario o assorbente, relazioni digitali spesso frammentarie sono una realtà molto più presente e diffusa tra noi di quanto le stesse statistiche siano in grado di mettere in evidenza
In Giappone, una risposta è stata organizzare un mercato della presenza che è andato ben oltre a quello di baby sitter e badanti già estremamente diffuso da noi.
In Italia, almeno per ora, la risposta passa più attraverso la narrazione culturale e la presa di coscienza dei cambiamenti che stiamo vivendo: la musica, la letteratura, il bisogno di raccontare e raccontarsi.
Ma la domanda resta aperta: siamo così lontani da uno scenario in cui anche da noi l’affetto possa diventare un servizio strutturato?
ITALIA E GIAPPONE: DIFFERENZE E PUNTI DI CONTATTO
Nonostante le tendenze sopra descritte credo che la cultura italiana sia ancora fortemente relazionale: famiglia estesa, reti informali, amicizie radicate, indole espansiva e chiacchierona. Questo dovrebbe rendere meno probabile, almeno nel breve periodo, la diffusione massiccia di un mercato organizzato degli “affetti in affitto”.
Tuttavia alcuni segnali meritano attenzione:
- Crescente isolamento degli anziani.
- Giovani adulti che vivono soli in grandi città.
- Aumento delle relazioni intermittenti.
- Digitalizzazione delle interazioni.
Il rischio non è tanto l’arrivo di un modello analogo a quello giapponese, quanto piuttosto la progressiva erosione delle relazioni spontanee e autentiche.
I legami non sono più garantiti dal contesto sociale, ma vanno scelti, coltivati, difesi.
Se l’economia tende a occupare ogni spazio, anche simbolico, allora diventa centrale rafforzare ciò che non è monetizzabile:
fiducia, tempo condiviso, comunità, senso di reciproca responsabilità.
Sanremo e le canzoni che sono salite sul podio non sono solo futile intrattenimento. Sono indicatori culturali che se ben ascoltate sono capaci di puntare il dito nella piaga personale e collettiva.
Che fastidio!









