Vacanza vuol dire riposare, sospendere le ordinarie attività, prendersi una pausa.
Mi ero fatto l’idea che un ottimo modo per rallentare il nostro ritmo di vita potesse essere quello di fare un piccolo viaggio in house-boat e così in quelle caldissime settimane di fine giugno ho cercato e prenotato per un breve giro nelle Fiandre con partenza dal Mare del Nord che immaginavo fresco per definizione!
Come sempre ho commesso diversi errori in fase di pianificazione, ho sottovalutato tante problematiche, non sono riuscito ad immaginare nemmeno una minima parte delle avventure a cui avremmo potuto andare incontro, ma posso confermare che siamo andati non piano, pianissimo e che non abbiamo mai patito il caldo.
La scelta fatta ha perfettamente soddisfatto le esigenze e gli obiettivi iniziali salvo che per un aspetto: quando termini un giro in house-boat senti il bisogno di una vera vacanza!
ARIA TRA I CAPELLI
Per entrare gradualmente nello slow mood del fiume avevo anche immaginato, e puntualmente pianificato, di spezzare in tre tappe il nostro viaggio in auto per raggiungere il porto di partenza sul Mare del Nord in Belgio. Abbiamo così valicato le Alpi, attraversato la Svizzera, la Francia e buona parte del Belgio percorrendo quasi esclusivamente strade statali. Oltre 1.100 chilometri percorsi su tavole da biliardo, rispettando rigorosamente i limiti (trovati sempre sensati e ragionevoli) ad una velocità media di appena 60 km/h con il tetto dell’auto aperto e con i finestrini abbassati, ma solo quando ha fatto un po’ più caldo. Abbiamo attraversato campagne a perdita d’occhio, città e villaggi, visto un sacco di mucche, sorpassato diversi trattori, ascoltato la radio locale e dormito in originali appartamenti nel centro di due cittadine cariche di vita e di storia come Dijon e Reims rispettivamente capitali di Borgogna e Champagne.
A poche decine di chilometri dal nostro porto di partenza è capitato l’imprevisto che un prudente pianificatore deve sempre mettere in conto. Il computer di bordo ci ha segnalato, proprio in uno dei pochi tratti di autostrada che abbiamo percorso, una perdita di pressione ad un pneumatico. Accosto in una piazzola per accertarmi che il computer non stesse sbagliando e constato che, seppur lentamente, abbiamo banalmente forato! Grazie ad un po’ di ingegno italico, un pizzico di incoscienza, google maps, alla gentilezza di qualche curioso, all’efficienza nordica e una buona dose di fortuna siamo riusciti a raggiungere con le luci di emergenza accese un gommista di dimensioni e qualità inimmaginabili sperso nel bel mezzo della campagna belga. Abbiamo sostituito entrambe le gomme posteriori che, sempre a posteriori, abbiamo scoperto aver sfruttato oltre misura e siamo arrivati a Nieupoort con appena un’ora di ritardo rispetto all’appuntamento originariamente fissato per il ritiro della barca.
TEORIA, PRATICA E UNA BUONA ASSICURAZIONE
Il check-in di una house-boat è un po’ più articolato rispetto alla mera consegna delle chiavi con cui viene assegnata una semplice stanza di albergo ma, ancora una volta con il senno di poi, mi sarebbe piaciuto che fosse durato ben più dell’oretta che ci hanno dedicato.
L’esperto marinaio di origine inglese che ci ha accompagnato alla nostra casa calleggiante ci ha descritto tutte le dotazioni di bordo, i sistemi di sicurezza e ci ha materialmente mostrato come fare alcune operazioni ritenute fondamentali. La cosa che mi ha colpito è che ha posto esattamente sullo stesso piano una banalità come quella di accendere con un fiammifero un piccolo forno a gas per cuocere la pizza con quella decisamente meno banale di fare i nodi per ormeggiare la barca. Con la stessa pacatezza ci ha materialmente dato evidenza mentre le descriveva in perfetto inglese decine di procedure che andavano da quella per inserire la spina per alimentare la barca con la corrente elettrica del porto a quelle per manovrare.
L’esperienza delle manovre è stata l’unica che ci ha chiesto di ripetere in sua presenza. Più precisamente il marinaio ci ha fatto vedere come liberare la barca e uscire dal porto per poi consegnarci timone e comandi per invertire la marcia e gestire il nostro primo goffo attracco e relativo ormeggio.
Dopo questo frullato di procedure il marinaio ci ha accompagnato in ufficio per le ultime formalità. La gentile signorina nel farci firmare una bella serie di scarichi di responsabilità relativamente a tutto quello che ci era appena stato insegnato e sommariamente fatto sperimentare ci ha chiesto la carta di credito per bloccare un deposito cauzionale di 3.000 euro come semplice acconto per eventuali danni che avessimo arrecato alla barca che ci stava per essere consegnata.
A quel punto è stato facile convincerci dell’opportunità di stipulare un’assicurazione “kasko” che riduceva il rischio a nostro carico a “soli” 280 euro pari alla franchigia della copertura.
Dopo un paio di strisciate e qualche ulteriore firma ci viene quindi consegnata la “borsa del capitano” e la nostra barca verso le cinque del pomeriggio poco prima dell’ora di chiusura degli uffici della compagnia.
Giusto il tempo di caricare bagagli e viveri sulla barca e ci siamo ritrovati perfettamente soli al porto, pronti per iniziare la nostra prima esperienza di navigazione fluviale nonché prima di navigazione in assoluto.
TENERE LA ROTTA
Per viaggiare in house boat non serve dunque alcuna patente, ma dovrebbe essere sufficiente l’oretta di formazione appena descritta e quanto contenuto nella mitica borsa del capitano.
Si tratta di due manuali: uno con le istruzioni per l’uso della barca (compresi i disegni per le manovre), i segnali, le regole di navigazione e le misure di sicurezza, l’altro con le rotte da seguire, i numeri di telefono e i canali radio per comunicare con i controllori di ponti e chiuse e del traffico fluviale in genere.
Chiunque potrebbe pensare (noi per primi) che seguire un canale di acqua dolce e calma ad una velocità massima autolimitata di 9 km/h sia un gioco da ragazzi e invece non lo è stato.
Innanzitutto è necessario prendere confidenza la propria barca ed in particolare con le dimensioni, con il timone, con il motore e con i loro tempi di reazione tutt’altro che immediati.
Poi bisogna imparare a interpretare i fattori esterni, quali la corrente, il vento (che nel Paese dei mulini soffia decisamente forte), le onde, l’andamento del canale (curve, argini, vegetazione, anatre…) e soprattutto con le altre barche che incroci in direzione opposta o che viaggiano nella stessa direzione.
Bisogna quindi conoscere le regole di navigazione ed i segnali, pochi ma fondamentali, che si incontrano lungo il canale…
Ed infine bisogna imparare a condividere le proprie intenzioni con i controllori del traffico fluviale. Sebbene l’intera reta sia cosparsa di telecamere (tra i vari fogli che abbiamo firmato c’era anche l’autorizzazione obbligatoria ad essere video ripresi dall’autorità fluviale) e la nostra barca lanciasse continuamente un segnale di posizione gps è fondamentale dialogare con la sala di controllo, precisando chi siamo, dove siamo e la direzione che si intende seguire.
La sala di controllo, in funzione della visione di insieme che riesce ad avere e delle priorità e delle possibilità di manovra apre e chiude ponti e chiuse, ti chiede di aspettare, ti invita a prepararti o più bruscamente ti invita a muoverti.
Tutti questi fattori influenzano continuamente la rotta e richiedono continue correzioni sul timone, un po’ meno frequentemente sull’acceleratore e solo occasionalmente sul senso di marcia.
La barca andrà anche piano, ma si muove perennemente. Non sta mai ferma tanto da dondolare anche quando è ormeggiata in porto.
E quando ti abitui a dondolare continui a farlo anche quando scendi con i piedi per terra!
Tenere ferma in un punto una barca senza ancora ed ormeggi è stata forse la manovra più difficile che abbia dovuto gestire. Visto che il mondo su cui si galleggia è in eterno movimento per stare fermi devi continuamente contrastare le sue forze e quando vedi avanzare davanti a te, seppur molto lentamente, una nave merci di un centinaio di metri che pare occupare l’intero canale vorresti scomparire in un angolo e invece non ci sono angoli dietro cui ripararsi e l’agitazione ti porta a manovre progressivamente tanto più vistose quanto meno efficaci.
Abbiamo imparato che per andare bene bisogna essere calmi, dolci e gentili e soprattutto guardare lontano.
Giocare d’anticipo è fondamentale per evitare problemi che potrebbero risultare poi troppo grandi se affrontati all'ultimo secondo...
Questa continua attenzione che si deve prestare, richiede un certo impegno e abbiamo così capito le molto apprezzato a calorosa accoglienza che ci facevano i gestori delle marine quando attraccavamo dopo 5 o 6 ore di navigazione ininterrotta.
Rispetto e stima verso chi naviga mi sono sembrati piuttosto generalizzati. Il semplice saluto che ricevevamo da coloro che incrociavamo sulle sponde dei canali e quello che ci scambiavamo con le altre imbarcazioni restituiva sicurezza, senso di appartenenza, amicizia.
Sarebbe bello che questo rispetto venisse riconosciuto anche verso chi lavora, chi si impegna, chi rischia e chi fa impresa...
CAPITANO ED EQUIPAGGIO
Ho sorriso quando alla partenza ci hanno fatto indicare nelle carte da firmare chi fosse il capitano fraintendendo e sminuendo il significato di quell’appellativo.
In realtà colui a cui viene attribuito il comando della nave nel codice della navigazione ne assume anche la responsabilità. E’ un concetto scontato per tutti coloro che sono alla guida di una semplice autovettura, ma che assume connotati decisamente più forti su un’imbarcazione perché chi ha il timone della stessa ha necessariamente bisogno di tanti più membri di equipaggio quanto più grande e complessa è la nave. C’è bisogno dell’aiuto di qualcuno per ormeggiare in una marina, per verificare la rotta, per prendersi qualche minuto per andare in bagno senza perdere decine di minuti di navigazione…
Il capitano quindi in molte manovre dipende dai membri del suo equipaggio con cui deve sovente comunicare per condividere le azioni che intende mettere in pratica e i loro tempi di esecuzione.
Sarà che Maya sta entrando in una fase preadolescenziale in cui ha iniziato ad accompagnare i suoi consueti PERCHE' con una valanga di NO, ma è stato molto faticoso fare il capitano, soprattutto all’inizio, quando eravamo tutti parimenti inesperti e al ruolo che mi era stato attribuito non corrispondeva altrettanta autorevolezza e sicurezza di sé…
E per quanto si possa andare piano quando l’argine si avvicina e il tempo stringe viene necessariamente meno la possibilità per la contestazione e la discussione se non si vuole far sbattere diverse tonnellate di imbarcazione contro l’argine, come naturalmente siamo riusciti a fare alla prima chiusa rimuginando poi per tutto il viaggio il danno compiuto e la certezza che ci saremmo visti trattenere la franchigia…
Con il tempo, l’esperienza maturata e la fiducia conquistata con l’esempio e il sacrificio più che con le parole e le spiegazioni anche il nostro equipaggio ha trovato il giusto affiatamento e Maya si è dimostrata un ottimo marinaio con l’intraprendenza, l’entusiasmo e l'ambizione per assumere presto il ruolo di vice comandante al posto della mamma.
Non sono mancate le discussioni per i tanti errori commessi e per gli spaventi presi e in un paio di occasioni sono anche arrivato a minacciare bruscamente la mia prima marinaia di farla scendere e tornare al porto a piedi, ma alla fine siamo tornati sempre insieme: più affiatati, complici ed in armonia di quando siamo partiti.
Ora però avremmo bisogno di iniziare un'altra vacanza!









