PAVENTA: IL BERNOCCOLO DELL’OFFICINA, IL PIACERE DI FARE BENE OGNI GIORNO

Giuseppe PAVENTA, classe 1941, mi accoglie con slancio e determinazione negli uffici della sede storica di Castell’Alfero portando con sè una cartellina piena di fotocopie a colori di articoli di giornale e riviste specializzate che parlano della sua impresa, dell’impegno che ci ha messo, di quello che ha inventato e del riconoscimento che ha avuto.

Me li offre nella speranza che possano tornarmi utili quando scriverò la mia storia a valle dell’intervista che stiamo per iniziare. Ringrazio e metto nello zaino.

Lascio sempre passare un po’ di tempo prima di scrivere dell’incontro con l’imprenditore: trovo che sia un buon modo per far emergere solo i messaggi più profondi dell’intervistato e tenere così memoria degli insegnamenti e dell’esperienza che è stato capace di trasferirmi.

Ho dunque letto quegli articoli solo ieri sera, a distanza di alcune settimane da quando ci siamo incontrati e mi sono accorto con sorpresa che il più recente era di oltre 20 anni fa.

Parlavano di un’impresa della fine degli anni ’90, all’apice della sua espansione quando dava lavoro a circa 130 dipendenti distribuiti su due siti produttivi in due piccoli paesini del Monferrato sulla direttrice che collega Asti a Casale. La produzione si divideva tra le tradizionali lavorazioni meccaniche di precisione (60% di fatturato) e la realizzazione di macchine speciali per la medesima industria che vendeva ai concorrenti di tutto il mondo.

Paventa aveva maturato un’esperienza tale da progettarsi e costruirsi le macchine che gli servivano per lavorare ancora meglio in termini di qualità, produttività ed efficienza. All’epoca c’erano ancora le Lire e si parlava di centinaia di milioni per ogni singola macchina che usciva dalla loro Officina.

L’ORIGINE DEL BERNOCCOLO

Tutto questo non era nato per caso, ma è stato il frutto dei suoi “bernòccoli” e di una vita trascorsa con il piede che ha sempre spinto l’acceleratore fino a fondo corsa.

Ho scoperto con non poca sorpresa che ad Asti nel primo ‘900 esistevano realtà industriali di tutto rispetto con particolare riferimento al settore della meccanica, non solo automobilistica, ed a seguire della costruzione di motori elettrici e componentistica varia per l’allora nascente settore degli elettrodomestici.

Giuseppe fin da ragazzino, dopo la scuola, raggiungeva il papà nell’officina della “draga” in cui lavorava. Dopo aver fatto esperienza in una grande industria era diventato il meccanico responsabile delle manutenzioni dei macchinari di una piccola azienda estrattiva di sabbia e ghiaia ai tempi della ricostruzione post seconda guerra mondiale. Giuseppe si divertiva a riprodurre in miniatura ogni attrezzatura, ingranaggio o semplice pezzo di ricambio che il papà doveva realizzare per far funzionare gli impianti della draga. Ha dunque iniziato a maneggiare il ferro, l’acciaio e l’alluminio, a misurare, tagliare, forare e imbullonare che aveva ancora i calzoni corti e non ha mai più smesso.

Nel 1963, a 22 anni, dopo aver fatto le scuole tecniche in cui aveva potuto affiancare ai libri e allo studio anche tanta pratica in officina e dopo alcune esperienze da dipendente, si è reso conto di avere anche il bernoccolo per mettersi in proprio.

Iniziò chiedendo un prestito di 5.000 lire ad uno zio per poter comprare i primi essenziali attrezzi per fare trucioli. 

Nello stesso anno aveva sposato una ragazza che la domenica portava nel piccolo laboratorio di Asti per raccogliere i trucioli fatti in settimana in modo da poter riprendere a lavorare nel pulito il lunedì mattina di buon’ora.

Erano felici di raccogliere trucioli perché più ne raccoglievano più lavoro era stato fatto e più fatturato si poteva generare.

A distanza di pochi anni aveva rimborsato il prestito allo zio che gli aveva dato fiducia e il laboratorio in affitto era diventato troppo piccolo per poter gestire tutto il lavoro che gli veniva offerto.

Andando contro il parere di suo padre acquistò un vasto terreno fuori Asti, nella piana di Castell’Alfero dove non c’era nulla se non una strada, un’area semipaludosa e qualche pioppo nei pressi di un laghetto. Era costato poco e lui per sviluppare gli ambiziosi progetti che la fantasia gli disegnava in testa aveva bisogno di tanto spazio.

Nel giro di 30 anni costruì su quei terreni umidi 3 capannoni da migliaia di metri quadrati e due palazzine residenziali per la sua famiglia e per le famiglie di operai e dipendenti che arrivavano da lontano.

IL LAVORO E’ UNA COSA SERIA

Per Paventa il lavoro è veramente una cosa seria.

Lo si percepisce da come scandisce e pesa le parole ancora oggi che prende una misera pensione. La ritiene inadeguata, ma non si lamenta e ripete solo quello che sosteneva già negli anni ’50 quando ha iniziato a prender forma lo stato sociale:

“Io sono per una pensione uguale per tutti”

Si può fare la differenza solo con il lavoro e non quando non si è più in grado di fare nulla o quasi anche se vedo che lui scalpita ancora. Vorrebbe ancora fare: fare trucioli.

Lavorare significa innanzitutto impegnarsi.

Quando si presentavano commesse di lavorazioni nuove o particolarmente complesse Giuseppe sentiva la necessità di confrontarsi con i suoi capi officina per valutare insieme se fossero stati in grado di onorare un impegno tanto grande.

E così ogni commessa presa è sempre stata onorata a costo di lavorare di notte, la domenica e gli altri giorni di festa, ma non ha mai accettato che venissero imposte delle penali su eventuali ritardi di consegna. Se gli uffici legali dei grandi committenti le avessero pretese piuttosto rinunciava al lavoro.

Questo perché Giuseppe conosceva bene le proprie capacità e quelle dei ragazzi della sua Officina, ma non se la sentiva di assumersi anche la responsabilità di quello che dipendeva dall’esterno, fossero questi dei semplici fornitori (di materiali, componenti, beni di consumo) o ogni genere di imprevisto (socio politico, sindacale, ambientale…) su cui non avrebbe avuto alcuna capacità di controllo.

Lui ha sempre cercato di fare del proprio meglio e pretendeva altrettanto dai suoi collaboratori, ma non ha mai accettato il rischio di rimetterci il guadagno del loro lavoro e in alcuni casi molto di più per colpa di qualcun altro.

Nonostante l’assenza di penali le Officine Paventa hanno sempre consegnato puntualmente ogni singola lavorazione comprese quelle pluriennali da alcuni miliardi di Lire di un tempo.

LA FORMAZIONE

Il personale è sempre stato il vero valore della loro Officina.

Cercava i giovani per formarli internamente e farli crescere quando erano meritevoli.

Tanti ragazzi sono cresciuti in mezzo ai suoi trucioli e tanti sono andati via: qualcuno perché forse intendeva il lavoro in modo un po’ meno serio di Giuseppe e qualcun altro perché aveva anche lui il bernoccolo di mettersi in proprio e le Officine Paventa sono sempre state un’ottima scuola in cui farsi le ossa…

Giuseppe è piuttosto amareggiato per come si sia evoluta nel tempo l’istruzione dei più giovani e la preparazione delle persone al mondo del lavoro. Nel corso degli anni, avendo avuto a che fare con tanti giovani di diverse generazioni, ha potuto riscontrare come sia sempre più andata svilendosi la capacità di utilizzare le mani. Non tanto per l’introduzione di macchinari e tecnologie sempre più evolute e produttive quanto per una vera e propria involuzione culturale. Non si può vivere di sola teoria e pertanto bisogna insegnare a mettere in pratica, a sperimentare, a sbagliare.

Chi fa tanto probabilmente sbaglia anche tanto e qui il bernoccolo assume un'altra accezione.

CONOSCERE I PROPRI LIMITI PER CONTENERE I RISCHI E PER EVITARE QUALCHE ERRORE

Quando ho chiesto a Giuseppe se, con il senno di poi, avesse potuto evitare qualche errore è stato in silenzio e ha abbassato lo sguardo fiero.

Lui non rammarica nulla di come si è comportato e non ha dato la colpa a niente e nessuno di come sono andate le cose negli ultimi 15 anni, ma qualcosa credo sia emerso dalla nostra chiacchierata e mi auguro che non me ne voglia se proverò a rispondere alla domanda con parole mie.

Giuseppe, se potesse tornare indietro, farebbe volentieri a meno di una parte di tutta quella rabbia che ha sempre portato dentro e che purtroppo ogni tanto riversava anche fuori e soprattutto con le persone a lui più care e per cui ha sempre desiderato il meglio.  Rabbia intesa come voglia di emergere, di fare bene, ma al tempo stesso anche come enorme senso di responsabilità.

Avrebbe voluto trascorrere qualche ora in più con moglie e figli, magari nella loro casetta al mare quando in piena estate la famiglia si trasferiva in villeggiatura mentre lui continuava a lavorare. Li raggiungeva solo il sabato sera che era già buio quando non direttamente la domenica mattina. La domenica sera, dopo cena, si coricava insieme ai figli che lo costringevano a rimanere con loro per la notte, ma alle 5 del mattino era nuovamente in autostrada spingendo a fondo l’acceleratore per arrivare in azienda prima del suo capo Officina. Stava tutto il giorno insieme ai suoi collaboratori a fare trucioli e alla sera è sempre stato l’ultimo ad uscire.  

Quando tutti andavano a casa lui entrava in ufficio per far di conto e valutare preventivi ed offerte da mandare avanti il giorno successivo.

Con una vita così nessun cuore avrebbe potuto reggere e quando i figli avevano da poco superato l’età della ragione ha subito un intervento a dir poco miracoloso per l’epoca.

Da quel momento è stato costretto ad alzare un po’ il piede dall’acceleratore, ma proprio in quegli anni ha perso il pieno controllo della sua Officina nonostante avesse sempre delegato e decentrato tutte le funzioni operative.

La diffusione dei computer (che ha subito invece che cavalcato), l’aumento della complessità anche in conseguenza delle maggiori dimensioni raggiunte, la necessità di tanto più personale “improduttivo”, le diverse dinamiche di mercato, l’esigenza di avviare, forse un po’ prematuramente, un passaggio generazionale hanno contribuito a commettere una serie di errori di cui non fa menzione.

Le Officine sono state vendute, ricomprate, rivendute in parte, ricomprate, fallite, ripartite e nuovamente fallite e dal prossimo 1° aprile cercheranno di risollevarsi ancora una volta.

LA CONSAPEVOLEZZA E LA SERENITA’ DI NON ESSERSI MAI RISPARMIATI

Al termine della nostra chiacchierata ho chiesto a Paventa di accompagnarmi a fare un giro in Officina. Mi ha guardato un po’ incredulo e poi si è prontamente alzato facendomi strada con passo spedito sebbene sicuramente in modo un po’ più insicuro sulle gambe rispetto a quello che una testa ancora troppo vivace avrebbe voluto. I lavoratori che erano impegnati alle macchine (tanti dal colore della pelle molto scuro) nel vederlo passare lo hanno salutato abbassando lo sguardo con rispetto reverenziale sebbene credo non lo vedessero passare da diverso tempo. Mi fa vedere con orgoglio alcune delle macchine che avevano progettato e realizzato 30 anni fa e che ancora oggi, sebbene la tecnologia abbia fatto passi da gigante, possono considerarsi all’avanguardia.

Mi lancia ancora un messaggio:

“Ho sempre avuto molta fiducia nel progresso della tecnica, ma ho molti dubbi per il futuro dei più giovani…” e nuovamente rimane senza parole sopraffatto da quel fuoco che continua ad ardergli dentro.

Ma Giuseppe riesce a regalarmi un lieto fine pronunciando una frase che, sebbene gli ho un po’ strappato di bocca, raramente capita di sentire in giro:

E’ SEMPRE STATO TUTTO UNA GRANDE SODDISFAZIONE!

Tornando in ufficio ho tirato fuori dallo zaino una scatola di cioccolatini che, in vista dell’occasione, avevo tanto desiderato che fosse di metallo.

Ho dovuto insistere perché la prendesse e alla fine ci siamo salutati entrambi con la voce rotta e gli occhi lucidi.

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