Ho sempre ritenuto che la tenuta delle scritture contabili fosse importante, ma non avrei mai pensato che potesse essere considerata un’attività “strategica” per il Paese al punto da dover finanziare con contributi pubblici chi decidesse di dedicarsi a questo mestiere.
Come se bastasse un po’ di semplice buona volontà per passare dallo stato di disoccupati a quello di esperti contabili o dottori commercialisti.
Eppure è esattamente ciò che è accaduto - ed accade - con la disposizione del cosiddetto decreto Coesione. Dall’inizio dell’estate 2024 è stato infatti previsto il riconoscimento di
un contributo da 500 euro al mese, esentasse, per tre anni
ai giovani che avessero aperto una partita iva individuale risolvendo così il loro stato di disoccupazione. Misura rimasta sostanzialmente ignorata fino a fine novembre 2025 quando l’INPS si è degnata di spiegare come si sarebbe materialmente potuto fare per richiederne il pagamento.
Requisiti:
avere meno di 35 anni
essere ufficialmente considerati disoccupati
aver aperto, in presenza dei requisiti di cui sopra, la partita iva a titolo individuale tra l’1/7/2024 e il 31/12/2025 in uno dei macro settori considerati strategici.
Nei “settori strategici” rientrano interi macro-comparti individuati dai primi due numeri identificativi dei codici ATECO tra cui compare anche il codice 69 relativo alle “attività legali e di contabilità” e con questo altre innumerevoli attività.
Più che una selezione puntuale e mirata appare un perimetro talmente ampio da comprendere quasi tutto.
Sarà mica perché in un Paese che invecchia con velocità esponenziale ogni attività che non trova ricambio generazionale rischia di diventare strategica?
Il risultato?
Incentivi concessi senza una reale visione strategica di sviluppo economico e industriale per il Paese ma erogati a pioggia;
Contributi temporanei concessi in una finestra temporale troppo ristretta (di appena 18 mesi) e ancor peggio resi materialmente operativi proprio a ridosso della scadenza (fine novembre 2025) con modalità addirittura reinterpretate dopo che l’incentivo non ha più ragione di esistere con una riapertura dei termini tra il 31 gennaio e il 2 marzo 2026;
Oltre 60 milioni di euro di risorse pubbliche sprecati per premiare il tempismo più che il merito.
Chi svolge le stesse attività da anni, non merita niente ma anzi è chiamato a contribuire a riconoscere la “paghetta” - tutt’altro che trascurabile rispetto agli stipendi netti medi dei più giovani – riconosciuta a concorrenti che diventano oggettivamente “sleali”, prima di tutto nei confronti dei propri dipendenti e collaboratori più anziani.
Restano inoltre esclusi:
chi è rimasto disoccupato dopo i 35 anni;
chi ha avuto la colpa (non il merito) di avviare la stessa attività in modo più strutturato e serio, magari in forma societaria, rinunciando così – con imperdonabile ingenuità – a un’altra agevolazione distorsiva come quella prevista dal regime forfettario.
Ma per oggi ho esaurito le mie energie critiche…
e mi sforzo di riuscire a vedere uno scorcio di cielo azzurro tra le nuvole.








