E’ stata una grande festa, con il Re, gli esponenti del governo, le istituzioni e tanta, tantissima gente comune come Chivasso non ne avrebbe mai più rivista tutta insieme.
E’ stato montato un enorme padiglione circolare sopraelevato al centro del canale ancora asciutto.
Grandi discorsi, trombe, tamburi, applausi, bollicine, tanta gioia e fuochi d’artificio hanno accompagnato l’apertura delle paratie e l’inaugurazione del Gran Canale avvenuta il 12 aprile del 1866!
A distanza di 160 anni da quel giorno speciale è bello ripercorrere alcuni momenti che hanno caratterizzato la realizzazione di quella grande opera e tutto quello che ha comportato in seguito.
La storia della costruzione del Gran Canale che ha portato l’acqua del Po nel novarese e nella Lomellina merita infatti di essere ricordata come esempio di lungimiranza, volontà, organizzazione, maestria, ingegno e determinazione.
E’ una storia tipicamente italiana anche se quando è stata immaginata, discussa, modificata, e più volte rimandata l’Italia non c’era ancora, ma c’erano già gli uomini che l’avrebbero fatta.
I PROTAGONISTI
Questa storia vede nel ruolo di protagonisti tre personaggi più o meno famosi e ben 14.000 uomini che li affiancarono come protagonisti silenziosi dell’impresa.
14.000 uomini ed altrettante famiglie che in appena 1.000 giorni realizzarono la prima grande opera di pubblica utilità dell’Italia unita: un’impresa ciclopica capace di modificare il territorio e il paesaggio portando ricchezza e benessere in luoghi fino ad allora poveri ed insalubri.
Gli attori protagonisti citati in ordine di anzianità sono:
- l’agrimensore Francesco Rossi nato nel 1784,
- lo statista Camillo Benso conte di Cavour nato nel 1810
- l’ingegner Carlo Noè nato nel 1815.
L’INTUZIONE DEL ROSSI
Francesco Rossi, un nome umile e un cognome assai diffuso: uno come tanti di noi che potremmo definire una persona comune, sebbene particolarmente curioso e determinato.
Non completò mai i suoi studi da “geometra”, ma era nato in un’epoca in cui saper leggere, scrivere e far di conto era già un privilegio tale da consentirgli, ad appena 26 anni, di diventare il fattore responsabile (oggi diremmo l’amministratore delegato) della tenuta di Leri, un’azienda agricola di proprietà del papà di Cavour di oltre 900 ettari nella campagna tra Trino e Vercelli.
Condusse quell’azienda per ben 16 anni, fino al 1835 quando il giovane Camillo Benso, chiamato dal padre ad iniziare ad occuparsi degli affari di famiglia, lo dispensò da propri servigi. In più semplici parole lo licenziò.
Il Rossi prese dunque in affitto un’azienda agricola decisamente più piccola per proseguire a fare l’agricoltore in conto proprio, ma covava dentro di sé un certo senso di rivalsa professionale. Questo probabilmente contribuì a spingersi oltre, a cercare ed immaginare qualcosa di diverso, di nuovo e possibilmente di utile da poter proporre direttamente ai governanti ed al Re nella speranza di trovare nuova riconoscenza e ricchezza. Pensa in grande ed intuisce che possa esserci la possibilità di portare l’acqua del fiume Po verso nord. Nessuno a quei tempi avrebbe potuto credere all’ipotesi di far scorrere l’acqua verso le montagne. Fu così che Francesco Rossi, armato di una semplice livella e di carta e penna, iniziò a percorrere e misurare pendenze e dislivelli dei circa 70 km di terre, boschi e corsi d’acqua compresi tra il Po di Crescentino ed il Ticino nei pressi di Galliate.
Il risultato di quell’investimento costatogli 25.000 lire e 5 anni di fatiche confermò che la sua intuizione di poter risalire verso nord seguendo in parallelo l’arco alpino era corretta e che il Po all’altezza di Crescentino scorreva ben 24 metri e 80 centimetri più in alto del Ticino all’altezza di Galliate.
E’ come se il Rossi nel 1842 fosse riuscito a notare e poi a misurare una pendenza di 3 decimi di millimetro di un quadro largo un metro appeso ad una parete!
LA VISIONE DI CAVOUR
Il giovane Cavour ebbe la possibilità di formarsi tra Londra, Parigi e la Svizzera.
Sebbene l’aria internazionale risultasse assai gradita al giovane conte e ben più profumata e stimolante di quella torinese il padre, come già accennato, nel 1835 lo invita a tornare a casa per iniziare ad occuparsi degli affari di famiglia. Viene dunque incaricato di seguire le aziende agricole di Grinzane Cavour e quella di Leri in cui lavorava il Rossi.
Pare che proprio a Leri il giovane si sia nuovamente innamorato, ma non dell’ennesima aitante e impiumata signorina, bensì della Signora Agricoltura!
Perse proprio la testa e per anni si adoperò per innovare e sperimentare al fine di rendere il lavoro agricolo più produttivo ed efficiente. Introdusse nelle sue aziende nuovi fertilizzanti, nuove specie (fino a sperimentare la coltivazione del pompelmo a Vercelli!), nuove tecniche colturali, ma c’era una questione che non dipendeva solo dalla sua lungimiranza, ma da una vera e propria questione politica: la gestione dell’acqua.
Si accorse infatti che fino a quel momento l’acqua non era sfruttata in modo ottimale: veniva gestita in modo estremamente parcellizzato ed individualista con sprechi, inefficienze e costi elevati.
Un liberista come Cavour maturò la convinzione che l’acqua, per essere sfruttata come una vera e propria risorsa strategica, dovesse essere gestita dai diretti utilizzatori in forma cooperativistica.
Fu così che il 3 luglio del 1853 riuscì ad istituire con Legge del Regno l’Associazione di Irrigazione dell’Agro all’Ovest del Sesia coinvolgendo ben 3.500 agricoltori. Non fu un’organizzazione facile da gestire tanto che il direttore originariamente nominato dette le dimissioni dopo aver partecipato alla prima assemblea degli associati spaventato dalla varietà e dalla divergenza delle opinioni. Poco per volta si riuscì a trovare un buon compromesso tra così tante teste, tanto da diventare un esempio nel resto dell’Europa e da essere resistita sino ad oggi.
LA CONCRETEZZA DELL’INGEGNER CARLO NOE’
Il terzo personaggio di questa storia è un ingegnere che si occupò tutta la vita di gestire le acque demaniali prima del Regno di Sardegna e poi del Regno d’Italia. Come il Noè biblico il suo cognome è legato alle grandi imprese d’acqua e l’etimologia ebraica di tale parola significa “capace di ingraziarsi il Signore”.
Fu colui che riuscì ad arrestare l’avanzata dell’esercito austriaco guidato dal generale Gyulai durante la seconda guerra di indipendenza nel 1859 bloccandolo il 2 maggio a Vercelli dopo aver allagato oltre 450 km quadrati di campagna attorno alla città.
Quell’enorme lago che aveva fatto scomparire le strade per diversi giorni diede il tempo all’esercito francese di Napoleone III di arrivare in sostegno di quello sabaudo provocando così la ritirata dei 70.000 austriaci che vennero canzonati per molti anni in seguito di essere tornati a casa “con la pauta tacà ai pè”.
Ma Carlo Noè fu anche colui che verificò i calcoli e l’intuizione del Rossi, ne modificò il progetto originario, probabilmente anche per ingraziarsi qualche diverso signore, sostenendo che fosse preferibile far partire il canale da Chivasso invece che da Crescentino come ipotizzato originariamente e dopo essere riuscito a farlo approvare politicamente ne supervisionò la costruzione.
Fu l’unico dei nostri tre personaggi che riuscì a partecipare alla grande festa di inaugurazione del 12 aprile 1866 prendendosi elogi, meriti ed applausi probabilmente anche per gli altri due morti già da diversi anni. Rossi il 15/2/1858 in solitudine e povertà dopo essere caduto in rovina e depressione e Cavour il 6/6/1861 poco tempo dopo la proclamazione del Regno d’Italia colpito da una febbre malarica contratta probabilmente proprio della sua tenuta di Leri che tanto aveva amato.
IL GRAN CANALE IN NUMERI
Il Canale Cavour si impone ancora oggi per la straordinaria imponenza dei suoi numeri che raccontano, meglio di qualsiasi altra parola, il senso dell’aggettivo “GRANDE” e la portata dell’impresa.
L’asta principale si sviluppa per circa 85 chilometri tra Chivasso e Galliate, con una pendenza complessiva di appena 24,8 metri, sufficiente a far scorrere l’acqua naturalmente per gravità e costruita in modo tale da dare un velocità all’acqua tale da non far accumulare detriti sul fondo e al tempo stesso di non eroderlo.
La sezione del canale si riduce lungo il percorso: dai 40 metri di larghezza all’origine ai circa 7 metri alla foce nel Ticino, con una profondità media di circa 3 metri e una portata massima iniziale di 110 metri cubi al secondo, pari a
110.000 litri d’acqua al secondo.
Lavorarono alla costruzione 14.000 operai. Un esercito di 28.000 braccia armate esclusivamente di badile e qualche altro attrezzo ingegnoso ma rudimentale.
In cantiere si nasceva, ci si sposava e si moriva.
Furono realizzati oltre 300 manufatti, tra cui 101 ponti, 62 ponti-canale (tra cui quelli su Dora Baltea, Cervo
Rovasenda, Marchiazza) e 210 tombe sifone (tra cui quelli sotto Elvo, Sesia, Agogna, Terdoppio) utilizzando materiali a km zero e
con l'obiettivo di non alterare nulla di quanto fosse naturalmente esistito prima della sua realizzazione.
Queste alcune quantità:
8.000 metri cubi di pietra da taglio, 5.900 metri cubi di pietra grezza, 50.000 tonnellate di calce e ben 120 milioni di mattoni.
La pietra veniva scalpellata a mano e i blocchi incastrati uno sull'altro con la tecnica successivamente utilizzata dai mattoncini della Lego (R). I mattoni invece venivano prodotti con la stessa argilla che veniva estratta dallo scavo del canale. Quando era considerata buona dalle prove di tenuta e resistenza, condotte in modo analogo a come oggi procediamo per il calcestruzzo, si realizzava una fornace per cuocerli letteralmente sul posto: furono costruite 76 fornaci gestite da 2.500 operai. A supporto dei lavori fu costruita anche una ferrovia di servizio lunga 28 chilometri, con 5 locomotive e 300 carri a rimorchio, necessaria per il trasporto dei materiali di scavo.
Dal canale principale si diramò nel tempo una rete sempre più articolata di canali secondari, oggi estesa per circa 20.000 chilometri e capace di irrigare centinaia di migliaia di ettari, trasformando il novarese e la Lomellina da territori poveri e malsani nel cuore del più grande distretto risicolo europeo. In quest’area, includendo anche il vercellese irrigato già prima della costruzione del canale Cavour, si produce la massima parte del riso italiano che rappresenta circa il 50% di quello complessivamente prodotto in Europa e quello di più elevata qualità.
LA STRUTTURA FINANZIARIA DELL’IMPRESA
La realizzazione del Canale Cavour fu anche una complessa operazione finanziaria, segnata dalle difficoltà del neonato Stato italiano nel reperire risorse sufficienti.
Nel 1862, sotto la guida di un altro lungimirante Ministro delle Finanze come Quintino Sella,
lo Stato scelse di trasformare la scarsità di risorse in occasione di sviluppo per il futuro.
Invece di risarcire le popolazioni che avevano subito i danni di guerra in denaro investì nella costruzione del Canale Cavour spiegando (o semplicemente imponendo) loro che questo sarebbe stato destinato a generare maggiore ricchezza nel tempo ed in modo più diffuso ed equo.
Ma il Governo non disponeva nemmeno delle risorse per sostenere direttamente la costruzione di un’opera così imponente, sia per l’elevato costo sia per le ulteriori urgenti esigenze di bilancio legate alle guerre e alla costruzione di un intero Stato ex novo. Fu allora decisivo il ricorso a capitali privati: nel 1862 venne costituita una società anonima, la “Compagnia dei Canali d’Irrigazione Italiani – Canale Cavour”, sostenuta da investitori soprattutto inglesi e francesi, cui venne concessa con Legge del Regno la costruzione e la gestione dell’opera per cinquant’anni.
Il costo complessivo fu stimato in circa 80 milioni di lire di cui circa 50 per la realizzazione dell’opera e gli altri 30 per gli espropri dei terreni, l’acquisto degli altri canali demaniali già esistenti da collegare in rete e per la realizzazione dei canali secondari derivatori.
Una cifra enorme per l’epoca, coperta attraverso un sistema misto: capitale azionario prevalentemente inglese e francese, ma soprattutto prestiti obbligazionari, in massima parte sottoscritti da comunità locali e risparmiatori del posto attratti dalla garanzia statale. Lo Stato, pur non disponendo di liquidità, supportò la raccolta dei prestiti obbligazionari da parte della Compagnia facendosi garante di un rendimento minimo del 6% sul capitale investito e cedendo temporaneamente alla società la gestione dei canali demaniali esistenti.
Tutto funzionò alla perfezione in sede di realizzazione dell’opera che venne completata in appena 1000 giorni, offrendo a molte famiglie un’occasione di integrazione del reddito con l’opportunità di accumulare i primi risparmi.
Gli amministratori della Compagnia avevano invece sbagliato i tempi necessari per portare a regime il progetto mediante il perfezionamento dei contratti per l’utilizzo delle acque, la realizzazione di tutta la rete di canali secondari e per l’effettivo incasso dei relativi corrispettivi.
Potremmo dire che il dissesto della Compagnia che si verificò negli anni successivi al completamento della grande opera venne provocato da un problema sul capitale circolante.
L’intervento pubblico si rivelò decisivo per garantire la “continuità aziendale” e per comprare il tempo necessario a completare il progetto iniziale. Venne così progressivamente riacquistato il controllo statale dell'opera trasformando un investimento originariamente considerato molto rischioso in una delle infrastrutture più durature e produttive del Paese.
OPERE DESTINATE A DURARE NEL TEMPO
Il Canale Cavour resta, a centosessant’anni dalla sua inaugurazione, molto più di un’infrastruttura: è il simbolo di una stagione storica in cui visione, coraggio e capacità di programmazione seppero tradursi in opere destinate a durare nel tempo. Il canale al pari del traforo del Frejus completato pochi anni dopo, il Canale di Suez (in cui ingegneri e maestranze italiane parteciparono alla realizzazione) o, sul piano simbolico una costruzione apparentemente inutile come la Mole Antonelliana sono tutte opere figlie di intuizioni e ambizioni che nacquero tra entusiasmi e resistenze, polemiche e scetticismi.
Esistevano allora come oggi interessi di parti più forti da tutelare a dispetto di altri magari più ragionevoli ma meno appoggiati. Accenniamo solo a tal proposito che molto probabilmente fu chiesto di ridisegnare il progetto iniziale del Rossi per cui era stata preventivata una spesa di meno di un terzo di quella poi sostenuta 20 anni più tardi perché il tracciato del canale avrebbe attraversato i terreni della tenuta di Leri dei Cavour che a sua volta era un illuminato!
Ci saranno stati allora come oggi casi di mala gestione, fallimenti privati e salvataggi pubblici, ma nell’approfondire la storia di questa grande opera
ho potuto apprezzare che quella complessità, tecnica, politica e finanziaria è stata superata da una determinazione collettiva e da una fiducia che oggi facciamo fatica a ritrovare.
Il Canale Cavour è dunque un’opera profondamente italiana, pensata prima ancora che l’Italia esistesse, e realizzata grazie a una combinazione di lungimiranza e tenacia che oggi fatichiamo persino a immaginare. Per scala, tempi e visione, è forse una di quelle opere che nel presente, tra vincoli, frammentazioni e timori, sarebbe probabilmente impossibile ricreare.
E proprio per questo oggi abbiamo ragione di ricordarla e festeggiarla con coppe spumeggianti di...
acqua!









