ATTO PRIMO
Con un paio di vecchi amici dello sci alpinismo ci troviamo a camminare sulla neve.
Una sottile coltre di nuvole basse filtra un’intensa luce del sole che, riflettendo sul bianco della neve, rende difficile distinguere dove finisca la terra ed inizi il cielo. I piedi percepiscono i cambi di pendenza, ma alla vista appare tutto uniforme, senza ombre e senza profondità di campo.
C’è tanta luce e anche parecchio rumore di sottofondo che non si capisce bene da dove arrivi. A un certo punto incontriamo un telo frangivento piantato nella neve che sembra creare un angolo riparato e tranquillo. A ridosso del frangivento c’è anche un lettino da spiaggia con tanto di parasole.
Senza particolari convenevoli mi congedo dagli amici con:
E’ PROPRIO DIFFICILE CAMBIARE IL CORSO DEGLI EVENTI.
Mi corico sul lettino: è comodissimo! Mi giro sul fianco destro e sento che sto per sprofondare in un magnifico sonno ristoratore avvolto nella mia morbida giacca di piumino.
Prima di addormentarmi, nel rannicchiare le gambe ed incrociare i piedi, percepisco con stupore che sono nudi, sebbene non riesca a ricordare di essermi mai tolto gli scarponi. Sento che il rumore di sottofondo è venuto meno. E’ come se al di là del frangivento ci fosse solo un immenso mare in continuo movimento.
Curiosità a cui non ho più avuto voglia di dare risposte per lasciarmi sprofondare tra le onde delle mie orecchie.
ATTO SECONDO
Questa sera abbiamo deciso di andare fuori a cena. Deve essere qualcosa di importante perché indosso giacca e cravatta blu scuro che, per i miei canoni, rappresentano il massimo dell’eleganza.
Ma la cosa originale è che per raggiungere il locale invece che sull’auto saliamo su un aereo come quelli dell’aviazione militare. Mi metto ai comandi e, come se nulla fosse, mi trovo in volo con Maya seduta dietro di me: un po’ come quando andiamo a scuola al mattino in motorino.
La mamma pilota un altro jet supersonico. Lei ci precede e noi la seguiamo cercando di starle piuttosto vicini perché sappiamo che stiamo andando a cena, ma non sappiamo esattamente dove!
Sorvoliamo le nostre colline e poi la città e, come di consueto, mi diverto ad individuare le strade occupate dalle auto dagli occhi rossi e gialli indicandole a Maya per nome. Continuiamo a volare a bassa quota, ma ora puntiamo verso le montagne. Attorno a noi sono comparsi parecchi altri aerei e il primo pensiero è:
“CASPITA C’E’ TRAFFICO ANCHE IN CIELO!”
Il sole sta per tramontare dietro le montagne, noi teniamo d’occhio lo spettacolo ma procediamo tenendo sulla nostra sinistra l’arco di cielo più luminoso. All’improvviso vediamo una forte luce comparire sotto di noi dal versante della montagna che abbiamo sulla nostra destra. Abbassiamo lo sguardo e notiamo che è partito da una base di lancio un razzo per lo spazio che sembra dirigersi proprio verso di noi.
Non faccio in tempo a preoccuparmi che ci troviamo le sue pareti bianche affusolate chiuderci tutta la visuale sulla destra. Vorrei virare in direzione opposta, ma il traffico degli aerei in volo è ulteriormente aumentato e devo necessariamente proseguire dritto.
Tiro un sospiro di sollievo quando vedo sfilare sul nostro fianco la coda infuocata del razzo che progressivamente si allontana.
A questo punto gli aerei davanti a noi rallentano, ma per non tamponarsi a vicenda iniziano un balletto che li vede continuamente alzare il muso sulla verticale per poi abbassarlo nuovamente come se cercassero una sorta di surplace avionico…
Sono costretto a provarci anch’io giocando con la cloche e la potenza dei motori.
Ma non sono bravo come un tempo lo sono stato con la bicicletta e dopo qualche tentativo andato a buon fine temo di essere troppo brusco con qualche leva e l’areo fa un mezzo giro della morte e un avvitamento su se stesso.
In un attimo mi ritrovo a tornare indietro a pochi metri da terra.
Tolgo potenza e ammariamo nell’acqua di un fiume tra gli spruzzi e le risate.
ATTO TERZO
Mi ritrovo nuovamente su un aereo. Questo è un passeggeri di linea, ampio e spazioso con la moquette blu screziata di verde acido e le luci soffuse. L'ambiente trasmette una piacevole sensazione di comfort.
Ho avuto fortuna nell’assegnazione del posto perché si trova nella prima fila della sezione posteriore dell’aereo. Davanti a me c’è un corridoio e a seguire la parete del blocco centrale dei servizi. Sono in piedi che faccio qualche esercizio per sgranchire le articolazioni quando all'improvviso si accende la luce per allacciare le cinture accompagnata dal classico ding - dong. Suono elettronico ma morbido, breve ma autorevole e riconoscibile.
Non sentendo turbolenze di alcun tipo, proseguo per qualche istante con i miei esercizi ignorando l'autorevolezza di suoni e segnali fino a quando la voce del capitano ci informa che abbiamo iniziato la discesa per atterrare.
Compresa la ragione ubbidisco ed immediatamente mi siedo nuovamente al mio posto ed inizio a trafficare, con molta calma, per cercare di allacciare le cinture. Non è quella classica che si lega in vita, ma sono due come quelle delle hostess o dei piloti di F1 che passano sopra le spalle e poi si uniscono in un punto centrale all’altezza della pancia.
Non ho ancora infilato una spalla che la voce del comandante riprende a suonare negli alto parlanti in modo concitato:
“PRONTI ALL’IMPATTO….
QUATTRO
TRE
DUE
UNO
IMPATTO!”
Qualche istante di silenzio che pare duri un'eternità.
Scoppia l’applauso.
Io incredulo ed irrigidito rimango aggrappato con entrambe le mani a quell’unica cintura che ero riuscito a far passare sopra la spalla.
EPILOGO
Non ho ancora riflettuto su cosa intendano dirmi questi sogni, ma una cosa è certa:
tenersi un po’ più leggeri alla sera potrebbe ridurre l’intensità degli atti notturni!





