Al termine dell’intervista avevo preannunciato a Carlo Quaglia che avrei lasciato la nostra chiacchierata sedimentare un po’ di tempo prima di scrivere, ma non avrei immaginato che trascorresse l’intera primavera e buona parte dell’estate.
E’ andata così, me ne scuso, ma sono convinto che saprà giustificarmi colui che considera il tempo un elemento fondamentale per la sua “impresa”.
Sostiene e crede che il tempo consenta di esprimere al meglio il proprio potenziale.
Per Carlo il tempo è dunque ingrediente preziosissimo, ma è stato il primo imprenditore di quelli incontrati sinora che mi è sembrato non avere fretta. Gli sono grato perché lui di tempo me ne ha concesso più di tanti altri: ancor prima dell’intervista e prima ancora che ci conoscessimo.
Il timbro di voce pacato, la velocità moderata con cui argomenta i discorsi e la lucidità dei pensieri che ne deriva denotano una calma d’altri tempi e tipica solo nel regno delle piante o di quelle rare persone, generalmente decisamente più avanti con l’età, che hanno imparato ad accettare e rispettare i ritmi della natura e che sono riusciti a dare senso a quello della vita.
Gli occhi però brillano e si vede che dietro quell’apparente tranquillità i pensieri viaggiano veloci, si rincorrono i progetti, prendono forma nuovi sogni.
Analogamente l’attività della distilleria sembra stare a metà tra il mondo dell’agricoltura e quello dell’industria.
Quando si gestisce un impianto capace di riempire, tappare ed etichettare 1.800 bottiglie all’ora non si può di certo più parlare di impresa artigiana, ma alcune delle ricette sono ancora quelle scritte sul quaderno del bisnonno e molte delle essenze e delle botaniche utilizzate sono coltivate sulle colline e nelle campagne attorno alla distilleria.
Siamo a Castelnuovo in provincia di Asti, il paese che ha visto nascere Don Bosco e che dal 1930 dopo che è stato beatificato ha inserito nella propria denominazione anche quella del Santo. E’ un paese di poche migliaia di abitanti che storicamente ha sempre visto un proliferare di vigne tra le sue colline e la produzione di vino pare sempre essere stata decisamente superiore al fabbisogno dei suoi residenti.
LE ORIGINI
La storica distilleria era stata acquistata dal bisnonno di Carlo all’inizio del ‘900 come una sorta di investimento alternativo di una famiglia alto borghese che aveva il centro dei propri affari a Torino. La distilleria era nata alla fine del 1800 per produrre grappa convertendo gli spazi di una fornace che sorgeva nella piana alle porte dell’abitato di Castelnuovo.
Curioso scoprire che la caldaia dell’originaria fornace, di cui oggi si vede ancora la ciminiera in mattoni, fosse stata recuperata da quella di una ancor più antica locomotiva a vapore e che il primo combustibile fosse proprio rappresentato dalle vinacce derivanti dalla pigiatura dell’uva.
Alla fine dell’’800 la grappa di vinacce nel Monferrato non era un semplice distillato ma era un vero e proprio alimento. Era sostanzialmente l’unico “super” alcolico disponibile in commercio la cui assunzione aveva usi e costumi completamente diversi da quelli a cui oggi siamo abituati. Le sue calorie venivano bruciate in fretta e i quantitativi pro-capite che venivano consumati, analogamente a quelli del vino, oggi risulterebbero del tutto improponibili.
La distilleria rilevata dal bisnonno arrivò presto a dar lavoro ad una cinquantina di dipendenti e in epoca di guerra mondiale Castelnuovo e il suo territorio vennero preferiti alla città. Un po’ in controtendenza rispetto alle dinamiche dell’epoca, la famiglia trasferì qui la residenza e il centro dei propri interessi. Con lungimiranza furono vendute tutte le proprietà immobiliari di Torino, anche per timore che potessero essere più facilmente soggette a bombardamenti ed espropri e ci si iniziò ad affezionare ai ritmi più umani di una comunità un po’ meno complessa ed alle dolci colline di un territorio e di una natura più autentici.
LA REGOLA DELLE 3 GENERAZIONI
Le generazioni si susseguono alla guida dell’antica distilleria, ma con il tempo si modificano le abitudini di consumo, i gusti, la cultura delle persone, dei consumatori e con esse anche le dimensioni dell’azienda di famiglia.
Il percorso fatto parrebbe confermare la “regola” derivante dall’esperienza replicata da innumerevoli altre imprese di famiglia che vede una prima generazione ispirata e creatrice, una seconda che si adopera per consolidare e cercare di mantenere quanto costruito ed una terza che spesso si trova nella condizione di dover gestire un inesorabile declino.
CREA, MANTIENE, DISTRUGGE
Ovviamente ogni regola ha le sue eccezioni, ma possiamo ritenere che l’arco temporale dei 75/80 anni che abbraccia l’avvicendarsi di tre generazioni alla guida di qualsiasi impresa, finora, è risultato un periodo sufficientemente lungo per far sì che le tecniche di produzione, le competenze e le condizioni di mercato possano modificarsi a tal punto da rendere obsoleta qualsiasi attività che non sia in grado di rinnovarsi radicalmente. Probabilmente esiste anche un’ulteriore componente di carattere socio-psicologica a caratterizzare le generazioni che si susseguono alla guida delle aziende che a sua volta condiziona la percezione dei rischi, le aspettative per il futuro, i comportamenti e le decisioni strategiche, ma questa non è la sede per approfondire tali aspetti…
Lo sviluppo industriale e a seguire in modo ancor più dirompente gli anni del boom economico portarono una significativa contrazione della popolazione residente a Castelnuovo. Al pari di quanto accaduto in tante altre cittadine prevalentemente agricole tanti dei propri abitanti hanno preferito le città, attratti da condizioni di vita probabilmente migliori, da un lavoro meno logorante per il fisico e da un reddito che non sarebbe più dipeso dai ritmi e dai capricci di madre natura.
Il "miracolo economico" italiano degli anni '60 non portò solo un calo demografico locale, ma regalò anche un generalizzato aumento del reddito disponibile per molte famiglie, permettendo l'acquisto di beni di lusso, inclusi alcolici importati, che prima risultavano per i più inaccessibili.
L’influenza commerciale e culturale estera favorirono l’importazione in Italia di prodotti esteri. Si sviluppò soprattutto tra i giovani, affascinati dallo stile di vita americano e nord europeo, un crescente interesse per i whisky e i brandy (o cognac alla francese) ed a seguire per Rum, Gin e Vodka consumati non tanto puri quanto piuttosto miscelati in cocktail (le cosiddette polibibite dei futuristi immaginate e sperimentate appena una trentina di anni prima). Ed infine la moda dello Jägermeister tedesco che amplificò il gusto per gli amari, i digestivi ed i liquori alle erbe in genere.
I volumi di grappa prodotti dall’antica distilleria sviluppati dal bisnonno si ridimensionarono con il nonno per ridursi fino quasi a scomparire con il papà e lo zio.
E così nel corso di 3 generazioni si è passati da un’azienda con 50 dipendenti ad una realtà artigianale che impegnava esclusivamente i membri della famiglia per appena una mezza giornata. Il papà di Carlo è stato per decenni un insegnante di matematica che ha visto passare tra i suoi banchi generazioni di studenti di Castelnuovo, ma che è riuscito a conciliare l’impegno richiesto da tale nobile professione con l’impresa di famiglia che non ha mai abbandonato.
TORNARE A SPERIMENTARE
Quella di Carlo rappresenta però la quarta generazione e, stando alla regola di cui sopra, per chi sopravvive il ciclo dovrebbe ripartire.
Noi siamo testimoni che l'Antica Distilleria Quaglia ha ripreso a viaggiare a tutto vapore.
Quando ho chiesto come avesse fatto a farla ripartire mi sono sentito rispondere con una semplicità disarmante che aveva avuto la fortuna di indovinare qualche collaborazione e soprattutto di aver avuto la possibilità di sbagliare senza che nessuno, suo padre in primis, glielo facesse pesare ancor più di quanto già lui stesso patisse degli errori commessi.
Carlo ha studiato come perito agrario e quindi ha imparato ad osservare per conoscere le proprietà di terra e natura, ma poi ha curiosato, ricercato, sperimentato e osato cambiare seppur in modo gentile.
Oggi la grappa rappresenta solo più una parte marginale e trascurabile delle vendite, ma nel contempo l'antica distilleria ha conosciuto ed imparato ad apprezzare e valorizzare una sessantina di botaniche che, come già accennato, eccezion fatta per quelle più esotiche vengono prodotte direttamente o da agricoltori a km zero.
I profumi e i sapori che vengono contenuti in una bottiglia, hanno l'ambizione di provare a raccontare tante storie, tra cui anche quella del lavoro e della passione che ha caratterizzato questa famiglia ed il territorio in cui hanno affondato le proprie radici ormai tanti anni fa.
UNO SGUARDO OLTRE
Le ultime battute sono state scambiate con riferimento all’avvio dei lavori di ristrutturazione di una storica fabbrica tessile di Chieri ormai inutilizzata da alcuni anni, ma che presto ospiterà un più ampio e moderno sito produttivo dell’Antica Distilleria, visto che gli attuali spazi risultano ormai saturi ed incapaci di consentire ulteriori sviluppi.
E’ bello osservare come anche gli spazi, al pari dei distillati, possano essere recuperati e reinterpretati con ricette che sfidano le nuove esigenze create dai tempi moderni mantenendo intatto il valore della storia che portano con sé.
Sono sicuro che le due giovani ragazze, che rappresentano la quinta generazione della famiglia Quaglia, apprezzeranno tantissimo quanto il papà sta facendo:
ci vuole solo ancora un po’ di tempo!





